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Grande successo per la ventiduesima edizione del Torino GLBT Film Festival "Da Sodoma a Hollywood". Per l'apprezzamento di critica e pubblico, per la rinnovata location e per la soddisfazione di aver dimostrato di essere una manifestazione culturale di alta qualità, capace di offrire visioni insolite e meritevoli in barba alle sterili polemiche nate sui finanziamenti. In un clima sereno, amichevole e disteso, le tre sale del cinecafè Ambrosio si sono riempite per otto giorni di un pubblico curioso e attento, molto più coinvolto apparentemente di quello che si aggirava per le stesse sale durante il Torino Film Festival di novembre. E soprattutto un pubblico soddisfatto, anche per le tante occasioni di incontrarsi con gli ospiti direttamente ai tavolini del bar interno.
Molti i titoli proiettati, tra retrospettive, omaggi e concorsi, e alta la qualità, fin dal film di apertura, il divertente Crustacés et Coquillages con protagonista Valeria Bruni Tedeschi. Un film che ha divertito il pubblico numeroso che si è riversato al Cinema Ideal, dove la coppia Sergio Troiano e Sara Brizzi ha presentato, tra battute e gag, a dire il vero di scarsa presa sul pubblico, la canonica sfilata di saluti e ringraziamenti d'apertura: gli organizzatori guidati da Giovanni Minerba, il Museo del Cinema rappresentato da Antonio Casazza e Alberto Barbera, il Comune rappresentato dall'assessore Fiorenzo Alfieri. Volti ormai di casa al festival, che hanno contribuito ad un'accoglienza famigliare del pubblico, in cui non è mancato lo spazio per riflettere sulla situazione italiana e torinese attuale. Poche settimane prima del festival, infatti, l'attenzione mediatica era stata spostata su una dichiarazione della Consulta Provinciale degli Studenti, che negando un finanziamento che avrebbe coperto il premio per la categoria documentari aveva definito il festival come una manifestazione che poco avrebbe di culturale. Secondo momento di riflessione per un caso che ha invece avuto rilevanza sul piano nazionale: il suicidio del giovane studente torinese in seguito alle pressioni psicologiche del gruppo dei compagni di scuola. Decise le parole di tutti i volti succedutisi sul palco nel comunicare una necessità di dialogo verso le nuove generazioni per superare pregiudizi e preconcetti che paiono ancora fortemente radicati.
L'afflusso di pubblico è stato costante nelle otto giornate di festival, con ovvi picchi nel weekend e nelle serate, in particolare quelle legate alla presenza di titoli e nomi di maggior richiamo. Tutto sommato l'impressione è che non ci sia un'eccessiva discrepanza di numeri tra il pubblico che si è dedicato alle retrospettive e quello che ha seguito le sezioni in concorso, denotando un'attenzione e un interesse al prodotto cinematografico che va oltre il richiamo della guest star del momento. Tra le sezioni collaterali quest'anno le più curiose e seguite sono state "Queer in the West" e "Movie & Music Icons: Studio 54". La prima poneva la base della sua esistenza su una rilettura in chiave queer delle scene topiche di molti western: paesaggi deserti, dove uomini soli e misteriosi si fissavano a lungo negli occhi... cosa nascondevano realmente questi sguardi? Interessanti le riflessioni suscitate da questo spunto di lettura. La seconda, costituita di soli due titoli, ha riempito le sale (con addirittura la necessità di due repliche fuori programma per il director's cut di Studio 54) di un pubblico appassionato e divertito che si è scatenato sulle poltroncine ai ritmi anni '70 di Diana Ross, dei Commodores e dello Studio 54, cui è stato dedicato anche il party di chiusura. Ma anche la sezione "Fuori Concorso" ha visto sale piene e soddisfatte con la divertente commedia francese Poltergay, capace di unire il tradizionale plot della haunted house con i toni della commedia, i ritmi anni '70 e una riflessione sui cambiamenti sociali francesi degli ultimi 30 anni, e con l'ottimo film italiano Cover Boy…l'ultima rivoluzione, presentato dal regista Carmine Amoroso, dal protagonista Luca Lionello e da Luciana Littizzetto, naturalmente applauditissima dalla sala ad ogni minima battuta. Un film, Cover Boy, che vive il problema di tanti ottimi prodotti nostrani, quello di non trovare una distribuzione nonostante un soggetto ben sviluppato e dal ritmo piacevole, una fotografia straordinaria e un'ottima interpretazione di tutto il cast.
Passando alle sezioni in concorso, è emersa una selezione di opere di qualità, che ha avuto il punto più basso proprio in uno dei titoli italiani, il poco riuscito Schopenhauer di Giovanni Maderna, dispersivo nel voler trattare troppe tematiche con personaggi poco credibili e appassionanti. Grande riscontro di pubblico, invece, per The Bubble di Eytan Fox (vincitore appunto del Premio del pubblico), che imbastisce una commedia sullo stile di tanti serial americani, da Friends a Sex & the City, tra diversità culturali e religiose, per chiudersi su tutt'altro tono e lasciare con l'amaro in bocca i fanatici dell'happy ending. Il Premio della Giuria, invece, è andato al tedesco So lange du hier bist, opera prima di Stefan Westerwelle, che esamina un altro aspetto del sentimento e della passione: l'amore di un anziano pensionato per il prostituto che frequenta abitualmente. Un film a due dove la semplicità della messa in scena contrasta piacevolmente con la profondità della tematica e dei dialoghi. Al di là dei titoli premiati, una menzione meritano anche molte altre pellicole in concorso, dall'argentino Glue – historia adolescente en medio de la nada, storia adolescenziale di scoperte e sentimenti, al francese Chacun sa nuit, sviluppato come un giallo e interpretato con coraggio e talento da un cast di giovanissimi attori. Per i documentari, il pubblico ha premiato Bubot Niyar, incentrato su un gruppo di drag queen di Tel Aviv, tra impegno sociale e difficoltà politiche in una zona problematica del mondo. Il Premio della Giuria è andato a Jack Smith & the Destruction of Atlantis, di Mary Jordan, in cui l'autrice ripercorre la carriera dell'artista statunitense padrino della performance artistica. La sezione cortometraggi vede trionfare, per il pubblico, il divertente Groucho, degli spagnoli Angel Almazan e Medardo Amor, una commedia densa e ritmata che conquista a suon di risate e gag la sala. Mentre il primo Premio va al tedesco Godkänd, dramma giovanilistico incentrato su rapporti di potere e pressione psicologica, dal ritmo serrato e dal tono cupo.
Il momento più emozionante del festival è stato senza dubbio l'omaggio a Giuni Russo, in occasione dei quarant'anni di carriera che sarebbero ricorsi quest'anno. In una sala affollata da un pubblico emozionato, e dopo un video che ha regalato l'emozione di rivedere e risentire un'artista purtroppo ignorata dai media italiani, Piera degli Esposti ha regalato una mezz'ora di emozioni grazie a un monologo scritto a quattro mani da Maria Antonietta Sisini e Antonio Mocciola. Monologo che, attraverso brevi flash, è stato capace di riassumere la vita della cantante. Non sono mancate le lacrime da parte degli ospiti che sono intervenuti nel ricordare l'amica (scomparsa nel 2003): Lene Lovich, le MAB, e gli stessi Sisini e Minerba. L'omaggio è proseguito poi durante la cerimonia di chiusura attraverso gli intermezzi musicali regalati da Lene Lovich (Moro perchè non moro), MAB (Adrenalina) e Alice (A' cchiù bbella). La serata di chiusura ha visto come ospite una Paola Maugeri a suo agio nel gestire l'avvicendarsi di giurie e di ospiti, sciolta e disinibita nonostante qualche immancabile gaffe. Lungo discorso d'apertura del Presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, cui sono seguite le tradizionali parole di chiusura degli organizzatori, giustamente contenti per un'edizione che ha visto un incremento di pubblico e accrediti di circa il 15% rispetto alla precedente, segno di un interesse sempre più vivo verso questo tipo di proposte culturali.
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