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È un altro passo nel futuro dell'animazione e degli effetti speciali - tematica trasversale a cinema, videogame, videoclip e produzione audiovisiva in generale - quello compiuto dalla nona edizione del Future Film Festival di Bologna, che però non cessa di guardare al passato più recente o lontano per confrontarsi e crescere ulteriormente, come testimoniano le retrospettive dedicate all'animazione cinese e iraniana, oppure l'omaggio alla Gamma Film, la casa di produzione milanese produttrice di numerosi Caroselli degli anni Sessanta, e quello a Quino, il papà di Mafalda. Grande curiosità ha suscitato l'anteprima mondiale di alcune immagini in esclusiva de I Simpson – Il film, in uscita a luglio in America e il 21 settembre in Italia, che rappresenta la trasposizione cinematografica della sit-com animata e televisiva più amata e popolare del mondo. Sono stati presentati soprattutto frammenti della lavorazione del film, ancora ovviamente work in progress (anche per quanto riguarda la fase di sceneggiatura, sempre aggiornabile), e le interviste agli autori, accompagnati alla rassegna da una delle animatrici dello staff, Silvia Pompei, italiana e di origine bolognese. Spezzoni che hanno evidenziato gli accorgimenti tecnici richiesti dal passaggio dal piccolo al grande schermo, le nuove location coinvolte e un respiro cinematografico tutto nuovo.
Come sempre ampio e articolato il ventaglio delle anteprime. I titoli americani del FFF 2007 si ricollegano al filone dell'animazione digitale dedicata all'universo animale che ha proposto recentemente La gang del bosco (Dreamworks), Boog & Elliot a caccia di amici (il primo lungometraggio animato della Sony Pictures Animation) e il candidato all'Oscar Happy Feet di George Miller. Barnyard – Il cortile di Steve Oedekerk (regista di film come Ace Ventura e Una settimana da Dio con Jim Carrey, che esordisce nell'animazione) insiste su questa tematica raccontandoci la storia della mucca Ben e del figlio adottivo Otis, che vivono tranquillamente presso un fattore vegano dove tutti gli abitanti del cortile, una volta lontani dallo sguardo del loro ignaro proprietario, si scatenano in scorribande con l'automobile dei vicini e in torrenziali feste danzanti, concerti, partite a biliardo, che trasformano la stalla in un saloon. L'ironica umanizzazione degli animali è portata in questo film a vette di comicità davvero piacevoli ed esilaranti, con omaggi a Il Re Leone di Walt Disney e al cinema comico-demenziale americano in live action che evidenziano quel citazionismo postmoderno che la saga di Shrek ha definitivamente introdotto anche nel mondo dell'animazione. Ma se in tutti i prodotti di animazione c'è una morale, il merito di Barnyard è di svilupparne una davvero attuale: il confronto inter-generazionale tra Ben (doppiato in originale da Sam Elliott) e Otis sulla presa di coscienza delle proprie responsabilità e del proprio ruolo di leader (Ben si prende cura degli animali proteggendoli dalla minaccia dei coyote e rinunciando per questo a divertirsi, cosa che Otis non sembra disposto a fare), riflessa nella frase chiave del film, "Chi è forte si protegge da solo, chi è più forte deve proteggere gli altri". La Paramount Pictures, in collaborazione con Nickelodeon Movies, ha realizzato un prodotto che non rinuncia nelle sue fasi iniziali alle tecniche convenzionali in 2D, con storyboard disegnati a mano e i disegni preparatori dei personaggi, animali che sono stati creati pensando al fatto che dovessero muoversi su due zampe anziché su quattro. Lo storyboard è stato quindi filmato e accoppiato alle voci (anche Danny Glover, Courtney Cox e Andie MacDowell fanno parte del cast dei doppiatori della versione originale), in modo che gli animatori potessero farsi un'idea delle varie sequenze.
Il microcosmo del cortile è protagonista anche dell'altra pellicola americana, La tela di Carlotta di Gary Winick. Se nel cartoon Barnyard questa scelta poteva essere letta come un modo per promuovere valori come la riscoperta delle proprie radici e la difesa del proprio mondo da minacce esterne e pericolose (i coyote), in questo film in live action - che ricorre in modo massiccio al computer per animare gli animali - il cortile diventa il palcoscenico privilegiato dove si dipanano dinamiche universali come l'inarrestabile ciclo della vita, il rispetto e la tolleranza reciproca e l'importanza vitale dell'amicizia. Tratto dal celebre, omonimo romanzo, di E.B. White e ispirato alla saga di Babe di George Miller, il film, edulcorato e didattico - adatto alle famiglie e ai bambini in particolare -, può contare sul valore aggiunto rappresentato da doppiatori di eccezione: Julia Roberts (il ragnetto Carlotta), Oprah Winfrey (l'oca Gussy), Steve Buscemi (il topo Templeton), Kathy Bates (la mucca Bitsy), John Cleese (la pecora Samuel), Thomas Haden Church (il corvo Brooks) e Robert Redford (il cavallo Ike). Quando il maialino Wilbur si trasferisce in una fattoria, perché la padroncina Fern (Dakota Fanning) non può più tenere l'amichetto con sé, allaccia una seconda profonda amicizia con un ragno saggio e gentile, Carlotta, che spingerà anche gli altri animali a sentirsi più uniti in una sola grande famiglia. E per salvare Wilbur dalla macellazione, suo tragico predestinato destino, Carlotta utilizzerà proprio la sua ragnatela per escogitare un piano vincente.
L'Europa nel frattempo non sta a guardare, e sfida l'animazione a stelle e strisce con un kolossal all'altezza come Arthur e il popolo dei Minimei, partorito dalla mente geniale del cineasta e produttore Luc Besson, che ha scritto di suo pugno i romanzi ispiratori del lungometraggio: Arthur e il popolo dei Minimei e Arthur e la città proibita, due volumi, creati sulla base dell'idea originale di Céline Garcia e illustrati dal marito Patrice Garcia, che sono già stati tradotti in 34 lingue vendendo solo in Francia più di un milione di copie. La peculiarità della nuova saga di Arthur è data dall'innovativa fusione di live action e animazione 3D, capace di regalare un effetto davvero naturalistico alle immagini grazie al ricorso a set reali e modelli in scala, poi tradotti in 3D tramite la proiezione delle fotografie di tutte le parti del modello nell'inquadratura tridimensionale. La storia ha come protagonista Arthur (Freddie Highmore), un bambino americano di dieci anni che cerca di decifrare un enigma dai testi del nonno scomparso, un enigma che potrebbe consentirgli di scovare il tesoro che può salvare la casa dell'adorata nonna (Mia Farrow) da speculatori senza scrupoli. La sorpresa è grande, quando il ragazzo si trova in un mondo magico abitato dalla tribù dei Minimei, folletti alti poco più di due millimetri e mezzo che vivono in totale armonia con l'ambiente. Arthur si inoltra nel mondo dei Minimei, trasformandosi in uno di loro, incontrando la Principessa Selenia e suo fratello Betamèche, che saranno suoi compagni d'avventura nella caccia al tesoro e al cattivo Maltazard (doppiato in versione originale nientemeno che da David Bowie). Al Future Film Festival 2007 ha partecipato Geoffrey Niquet della Buf Compagnie (una delle società più innovative al mondo nel campo degli effetti visuali, pioniere di tecniche rivoluzionarie quali il camera mapping e lo stereo modelling), supervisore generale e direttore dell'animazione di Arthur e il popolo dei Minimei, che ha lavorato a stretto contatto con Luc Besson per la creazione degli effetti speciali di Arthur e per la realizzazione di tutta la parte animata. Cruciale è stata la messa a punto, da parte della Buf, della tecnica che ha permesso a Luc Besson di trasferire la sua esperienza di regista live-action alle sezioni animate senza le costrizioni tecniche dell'animazione: la Video Motion Capture. Il regista ha realizzato il "dummy run" filmando l'intero storyboard insieme a un gruppo di attori senza set e senza attrezzi di scena. Le riprese sono state effettuate da più cineprese contemporaneamente in modo da registrare i movimenti degli attori e le espressioni facciali da più e diverse angolazioni, fondamentali per gli artisti dell'animazione responsabili della tecnica tridimensionale.
Il Lancia Platinum Grand Prize, premio destinato all'opera che meglio di tutte, con novità e qualità di rilievo, utilizza le nuove tecnologie digitali, è stato assegnato a Princess di Anders Morgenthaler, un ulteriore esempio di quel movimento danese che si sta facendo apprezzare per opere interessanti nel campo dell'animazione, come il poetico shakespeariano Strings di Anders Rønnow Klarlund, con protagoniste le marionette, e l'irriverente Terkel di Andersen, Christoffersen e Fjeldmark, che già anticipava la problematica dello sfruttamento sessuale dei bambini, tema centrale di Princess. Il film narra la drammatica e dilaniante vicenda della piccola Mia, figlia della defunta Cristina, famosa pornostar conosciuta come Princess, e di suo zio August, che la strappa al postribolo in cui vive per coinvolgerla, alla fine, nella sanguinosa vendetta contro i responsabili della sorte della sorella, che non solo si rifiutano di distruggere il materiale riguardante Cristina (che frutta loro ancora molto profitto), ma hanno persino molestato la piccola Mia. La condanna della pornografia, della pedofilia e in generale della violenza sessuale, fisica e psicologica perpetrata sui minori costituiscono il messaggio di questo film politicamente scorretto, che non risparmia sequenze sgradevoli o mezze misure nella scrittura di personaggi e situazioni per portare a termine il suo obiettivo, correndo spesso però il rischio di cadere in un'esagerata ridondanza che allontana lo spettatore piuttosto che coinvolgerlo, nonostante l'impatto emotivo e poetico di alcuni passaggi. Funzionale al linguaggio e alle emozioni del film, la tecnica impiegata da Morgenthaler: le immagini tratte dalle copertine delle riviste porno, così come i ricordi della vita della sorella e dei suoi primi approcci all'industria del porno ripresi dalla videocamera amatoriale di August, sono inseriti nel film d'animazione, dai tratti essenziali e sintetici, come sequenze in live action che conferiscono un senso di maggiore realismo alla crudezza della storia. Sempre dall'Europa, il notevole Renaissance di Christian Volckman, U del regista Serge Elissalde e dell'autore-sceneggiatore-grafico Grégoire Solotareff, e Asterix e i Vichinghi di Stefan Fjeldmark (già co-regista di Terkel) e Jesper Møller, ottavo episodio cinematografico delle avventure di Asterix e Obelix (coproduzione franco-danese), ispirato all'albo Asterix e i Normanni creato da René Goscinny e Albert Uderzo. Il film rappresenta un tentativo di attualizzare temi e contenuti della saga attraverso l'introduzione del personaggio del giovane Goudurix (in italiano diventerà Spaccaossix) e l'aggiornamento delle tecniche di animazione, pur nel rispetto del designo e dello spirito originario di Asterix e Obelix.
Dal Giappone, invece, si segnalano Stormy Night (Arashi no yoru ni) di Giraburo Sugii, sul commovente e delicato rapporto di amicizia e affetto che si viene a instaurare, nonostante i divieti dei rispettivi branchi, tra la capretta Mei e il lupo Gav; e poi Origin – Spirits of the Past (Gin-iro no kami no Agito) di Keiichi Sugiyama, primo affascinante lungometraggio prodotto dallo studio Gonzo, che trae la sua forza narrativa ed estetica dal genere fanta-ecologico dalle spinte apocalittiche di cui furono precursori Conan, Nausicaa della valle del vento e La principessa Mononoke di Hayao Miyazaki. Davvero grande riscontro di pubblico e di critica al FFF 2007 per l'atteso The Girl Who Leapt Through Time (Toki wo kakeru shôjo) di Mamoru Hosoda, che tanti consensi ha raccolto in Giappone e nei festival di tutto il mondo. Forte di un cast tecnico esemplare, che comprende Yoshiyuki Sadamoto (character design di Neon Genesis Evangelion), Nizo Yamamoto (art director per Hayao Miyazaki), e la produzione del celeberrimo Studio MadHouse (Tokyo Godfathers, tra i titoli prodotti), il film può contare anche sul soggetto tratto da un racconto di Yasutaka Tsutsui, autore di fantascienza molto noto in Giappone, già ispiratore di quel visionario Paprika di Satoshi Kon visto all'ultimo Festival di Venezia. La tranquilla esistenza della diciassettenne liceale Makoto, un vero maschiaccio che trascorre i suoi momenti liberi giocando a basket con l'amico di sempre Kosuke e con il nuovo compagno di classe Chiaki, viene turbata da un inaspettato potere: quello di "viaggiare" indietro nel tempo a suo piacimento a seconda della forza con cui salta nello spazio. Makoto inizia ben presto a sfruttare questo potere con troppa disinvoltura, tanto da ricorrere al "viaggio nel tempo" quotidianamente per superare i piccoli ostacoli scolastici e risolvere i contrattempi in famiglia. La situazione si complica però quando intervengono anche i sentimenti, di Makoto in primis e poi anche quelli dei suoi amici più cari, con i primi turbamenti d'amore e la paura per il futuro che si avvicina. Il tempo, infatti, che rappresenta il secondo misterioso protagonista del film, è davvero un regista imprevedibile che, dietro le sue porte nasconde tante strade diverse da intraprendere e percorrere, ognuna delle quali prevede conseguenze e destini del tutto diversi. Il piacere, oltre che il timore, di aprire una di queste porte vivendo appieno il presente sarà, quindi, la più grande scoperta che Makoto trarrà della sua avventura. E notevole è il lavoro compiuto da Mamoru Hosoda, abile nello sfruttare il pretesto fantascientifico per cesellare alla perfezione psicologie, gesti e storie di un'adolescente nella quale ogni spettatore è portato a identificarsi, e degli altri personaggi, tenendo sempre alto il ritmo della narrazione e commuovendo, oltre che divertendo, con viva intelligenza e acuta ironia.
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