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La ricerca. Questo è l'assunto principale che ha accompagnato la selezione del concorso lungometraggi nella ventiquattresima edizione del Torino Film Festival. Una competizione che si caratterizza, grazie alla precisa volontà di Roberto Turigliatto e Giulia d'Agnolo Vallan, per uno sguardo costante e preciso rivolto a un cinema possibilmente nuovo, fresco, originale, che sappia usare la sperimentazione linguistica e narrativa per dare al cinema nuove fonti di espressione. Opere da tutto il mondo, quasi sempre debutti o comunque prove di autori giovani e/o alle prime esperienze, in grado di mettere sul piatto un'idea di cinema che possa uscire da sentieri già abbondantemente calpestati per aprire la porta a nuove strade. Torino continua ad andare alla caccia di nuovi talenti capaci di esplorare terreni per ora rimasti nell'ombra. Una scelta ardua in ottica show-business, in antitesi con i lustrini veneziani e romani, ma senz'altro coraggiosa.
La ricerca, si diceva. Nelle dodici opere in concorso quest'anno il punto di contatto si dipana nell'inesaustiva indagine verso un'identità, uno scopo nella vita, una fonte di benessere, un ritorno alle origini o una fuga. Personaggi spesso smarriti, che cercano e non trovano, perduti nella solitudine o nell'inafferrabilità di una vita senza scopi. Macchiette nell'ombra che tornano alla patria o se ne sottraggono, che vagano sperdute nelle nebbie del reale o ricercano il contatto umano come sangue vitale, che cercano (e talvolta trovano) nel lavoro e negli affetti il semplice risultato di una difficile vita di affanni o che si smaterializzano come fantasmi senza pace. In quest'ottica, è sembrata corretta la scelta della giuria (composta tra gli altri da Lisandro Alonso e David Gordon Green) di assegnare il primo premio allo spagnolo Honor de Cavalleria, di Albert Serra (al suo primo lungometraggio). Una rilettura crepuscolare e disillusa del Don Chisciotte di Cervantes, in cui l'eroe di mille avventure e il fido scudiero Sancho Panza attraversano infinite lande alla ricerca (appunto) di nuove battaglie, o forse solo di un'armonia interiore finora negata. Nel film di Serra, però, l'assunto epico del romanzo è ribaltato a vantaggio dell'abbandono, del silenzio, del nulla. I due personaggi (attori non professionisti) vagano solitari in una natura surreale che non offre alcuno spunto per nobili gesta, e la macchina da presa di Serra insiste compiaciuta nell'indagare le loro piccole azioni quotidiane (un salutare bagno nel fiume, un pasto frugale, una preghiera rivolta a Dio e alla luna), tralasciando battaglie e avventure che forse, ormai, non hanno più senso. Perché il Don Chisciotte di Serra è soltanto un uomo, un vecchio uomo, stanco e disilluso, che attende con fermezza la morte e nel frattempo (si) lava via la vita. Lui e Sancho sono fratelli di (s)ventura, ma anche padre e figlio, o parroco e confessore. Due anime indissolubili che per interi minuti di film guardano muti verso il cielo, stelle cadenti in attesa di essere sepolte nel profondo della terra. Una sfida filmica a dir poco ostica, quella di Serra, che elimina ogni tipo di sviluppo narrativo e ogni scenografia, limitando al minimo l'azione e i dialoghi. Honor de Cavalleria è una seduta di pura contemplazione. Ossigenante e affascinante.
La natura e i silenzi, protagonisti assoluti anche di Stories from the North, del thailandese Uruphong Raksasad, un documentario travestito da fiction in cui uomini di piccoli villaggi compiono la loro missione di vita attraverso il duro lavoro e la fatica quotidiana. Come piccole formiche incessantemente svolgono il proprio rituale d'esistenza, cullati dal dolce oblio di una civiltà quasi arcaica, e se nella tarda età sentono ormai il peso di una vita di stenti e di noia e attendono quasi con impazienza la morte, nel fiorire dei loro anni combattono con immensa forza contro le difficoltà della sopravvivenza, animati da uno spirito puro e affrancato dalle barbarie della civilizzazione. Raksasad gira con classe e intelligenza, e realizza un prodotto genuino e appassionante. La ricerca, questa volta dedita però alla trasmissione della conoscenza, è anche la missione della piccola insegnante del filippino Manoro, di Brillante Mendoza. Una ragazzina che dopo aver imparato a leggere e scrivere (come altre giovani compagne dei piccoli villaggi filippini), è desiderosa di trasmettere il proprio sapere ai genitori e al nonno, in modo che essi possano esercitare l'inalienabile diritto di voto ed esprimere la propria preferenza nelle imminenti elezioni politiche del paese. Ma c'è chi preferisce dedicarsi alla caccia e al sostentamento della comunità, deludendo le aspettative di una piccola grande donna che con una lacrima dovrà ammettere la (parziale) rottura di ogni speranza di civiltà (all'estremo opposto del film thailandese, che la civiltà la rifugge), per poi rifugiarsi in una catartica cena finale a base di cinghiale. Girato con una perenne e traballante macchina a mano, la quale finisce per risultare eccessiva e pedante, il film di Mendoza ha comunque il merito di possedere grande forza morale, e uno sguardo sincero ed empatico verso questa storia d'amore per il prossimo e per il sapere.
La ricerca (filmica) continua, ma talvolta si perde. È il caso del franco-libanese Le Dernier Homme, di Ghassan Salhab, che utilizza la metafora simbolica-simbiotica del vampirismo come deriva della crudezza e della solitudine del mondo contemporaneo, dove un buon status sociale non è condizione sufficiente per trovare la felicità e la fratellanza. Inutilmente ricercato dal punto di vista narrativo, il film manca d'umiltà d'intenti, alla stregua di La Vie Privée, della francese Zina Modiano. Memore della patriottica lezione dei vari Lelouch, Rohmer e Chabrol, la regista mette in scena (tratta da Henry James) una storia borghese di affetti e di rapporti che si inseguono e si rincorrono, inserendo però in malo modo l'elemento fantastico (personaggi che si dissolvono e letteralmente scompaiono, fino a confondere realtà e sovrannaturale) senza trovare la giusta chiave di raccordo tra i diversi livelli strutturali della vicenda. Segue strade parallele che spesso faticano a intersecarsi correttamente tra loro anche il franco-algerino Bled Number One, di Rabah Ameur-Zaimeche. Due personaggi uguali e diversi, un uomo con il desiderio frustrato di riappropriarsi della terra natìa e una donna con il sogno ferito di sfuggire alle umiliazioni di un matrimonio fallito e di poter sfogare nel canto la propria voglia di vivere. Anche in questo caso un film di fiction che pare quasi un documentario, con evidenti difetti a livello di ritmo e coesione, che però si riscatta con alcune belle trovate narrative (il commovente pre-finale, in cui la donna trova la felicità in un piccolo concerto tenuto in un ospedale psichiatrico, l'unica casa possibile per lei).
Si vira invece verso toni più lievi e scanzonati con l'americano The Guatemalan Handshake, di Todd Rohal (vincitore del premio per la miglior regia e del premio speciale della giuria ex-aequo con Honor de Cavalleria). Tipica commedia corale ambientata nella provincia americana, è una sarabanda in cui i personaggi vivono come schegge impazzite, si struggono per la scomparsa del loro cane o di un amore (ancora, la ricerca), e lottano per conquistare l'indipendenza, il rispetto, la credibilità, l'amicizia. Rohal dirige in effetti con buona creatività, e ha il merito di non prendersi troppo sul serio, mantenendosi su consoni livelli di leggerezza senza rischiare di perdersi in significazioni socio-psicologiche in questo caso non necessarie. A completare il variegato quadro il cinese Pleasures of Ordinary (di Xia Peng), che confluisce tragedie individuali e collettive per disegnare un ritratto schizoide della Cina contemporanea; il giapponese The Pavilion Salamandre (di Tominaga Masanori), bizzarro noir che ruota intorno alla lotta per salvaguardare un centenario animale conservato all'Esposizione Universale di Parigi; l'iraniano Rayez Baz (di Mehdi Nourbakhsh), alcuni giorni di semi-libertà nella vita di un prigioniero per tante mini-avventure che divengono ritratti della Teheran di oggi; il kazako Notes by the Trackman (di Zhanabek Zhetiruov), che in un'ora dipinge con efficacia il cammino verso l'infinito di un uomo che segue i binari della ferrovia segnando il suo passaggio e contemplando la vita che scorre tutt'intorno a lui.
E infine, volutamente lasciato in conclusione, il film meno riuscito tra i dodici in concorso. Ahimè, quello italiano. E purtroppo non è la prima volta che accade. Flor da Baixa, di Mauro Santini, è un viaggio onirico che parte da una piccola pensione di Lisbona per poi dipanarsi fino al Brasile e tornare al punto di partenza. Senza trama, senza narrazione, senza attori, senza dialoghi, il film di Santini infastidisce per l'incontrastata supponenza (misurarsi con il lungometraggio quando la materia a disposizione è alquanto scarsa), per una deriva d'autore che mal si addice a un regista giovane che ancora deve dimostrare il suo valore, e per il sotterfugio della cosiddetta libertà di creazione artistica che tenta invano di coprire un'idea di (non) cinema confusa, distorta, e nient'affatto necessaria.
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