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Fughe silenziose nella neve alla ricerca della fede per il più importante giocatore di "Go" al mondo (The Go Master). Il lento incedere di un'auto che si allontana da Teheran per guadagnare una collina polverosa da cui guardare la (propria) capitale (A Few Days Later). I sogni fantastici, disegni animati in bianco e nero, di un giovane russo con un lavoro assurdo (Playing the Victim). Corse confuse tra boschi e luoghi inanimati in Patagonia (Nacido y Criado).
Viene naturale montare insieme questi quattro film, dei sedici in concorso alla prima edizione della Festa Internazionale del Cinema di Roma, per il comune sentimento di frattura tra individuo e realtà che incrina piani esistenziali e sentimentali. Se nel film The Go Master, del cinese Tian Zhuangzhuang, non si parla al presente - storia del bambino cinese prodigio del "Go", trasferitosi agli inizi del XX secolo in Giappone e qui diventato campione incontrastato -, negli altri film troviamo i moderni talenti, giovani uomini e donne, "bloccati", tutti accomunati da una sorta di sospensione, vaganti per Teheran, campagna nipponica, estremi lembi dell'Argentina, in volontario distacco dalla società degli uomini. Nel film iraniano A Few Days Later, della doppiamente brava regista e attrice Niki Karimi, è una crisi sentimentale a sospendere una giovane designer di successo della capitale e ad allontanarla temporaneamente da lavoro e famiglia; ma è anche la punta più moderna e creativa della società di Teheran a trovarsi distante da essa, come per la giovane fotografa che aspetta un figlio da un uomo che non è marito, divisa tra l'autodeterminazione e le leggi tradizionali iraniane che vietano ad una donna non sposata di avere un figlio. In Playing the Victim, del vincitore per il miglior film in concorso Kirill Serebrennikov, ritroviamo ancora un giovane uomo, questa volta russo, alle prese con un insolito lavoro sulle scene del crimine, quello della vittima in indagini poliziesche che simulano i delitti quando il colpevole è già stato catturato. Mentre Niki Karimi sceglie la riflessione, e il suo indugiare su particolari apparentemente privi di significato svolge un ruolo di cortocircuito della realtà per distanziarsene, il russo sceglie invece il grottesco e produce una buona dose di risate. A collocarlo sulla linea della frattura che si ipotizzava prima è stato il regista stesso, che stempera le risate quando afferma che le indagini farsa della polizia russa sono assolutamente reali. Un'accurata messa in scena rende alcune sequenze ancor più esilaranti (la migliore è l'indagine in piscina, con l'ispettore che calza due enormi ciabatte impermeabili blu, l'assistente una cuffia a fiori rosa, mentre tutti si adoperano nel simulare un delitto avvenuto in acqua senza però poterci entrare), ma bisogna ammettere di essere rimasti un po' delusi per alcune sequenze francamente troppo lunghe e inspiegabili, come quella al ristorante giapponese. Il film meno riuscito del gruppo è Nacido y Criado, dell'argentino Pablo Trapero. Dopo interminabili sequenze di quotidianità familiare artefatta, solo per dire "questa è una famiglia ricca e felice", due genitori insieme alla figlia sono vittime di un incidente stradale causato dalla distrazione del padre alla guida; quest'ultimo scappa dall'ospedale per macerarsi in Patagonia, dove il film inizia ad acquistare un qualche interesse, non tanto per il dramma dell'uomo, che non convince, quanto per il ritratto di una piccola comunità che ruota attorno ad uno sperduto aeroporto perennemente ghiacciato con pochissimi voli e poche persone.
Per recuperare la gioia di vivere e della libertà, dobbiamo rivolgerci non ad un giovane regista, ma al settantenne georgiano Otar Iosseliani, con un film da non perdere, Jardins en Autumn. Come nella commedia dell'arte, è l'antico paradosso del re che diventa clochard a far da canovaccio alla storia di un politico che viene cacciato dal suo ministero nel quale si avvicendano altrettanto rapidamente altri uomini con la malattia del potere. Iosseliani sceglie il punto di vista più umano del politico, che dal sontuoso gabinetto ministeriale si ritrova disoccupato e letteralmente per strada, ma qui ritrova, inaspettatamente, vecchie amicizie e amanti che lo accolgono nonostante la sua caduta dall'alto, compresa l'anziana madre, Michel Piccoli, versatile attore anti-cliché che si adopera in questo formidabile travestimento.
Dialoghi interculturali difettosi quando si parla di contatti tra Europa orientale e occidentale. Ci riferiamo ai film L'Heritage, del georgiano Temur Babluani, che lo ha diretto insieme al figlio Gela, Offset (fuori concorso), di Didi Danquart, e Le Voyage en Armonie di Robert Guédiguian. A Tbilissi, su un autobus diretto verso le montagne della Georgia occidentale, tre francesi alla ricerca di un'eredità e il loro interprete incontrano un vecchio con suo nipote. I due uomini trasportano una bara vuota per recarsi al villaggio del clan nemico, dove il vecchio deve essere ucciso affinché cessino le rivalità tra le due famiglie. L'intreccio è semplice e l'unico aspetto che emerge dal confronto con gli occidentali è il cinismo di questi ultimi nel voler filmare a tutti i costi il rituale. I Babluani precisano che si tratta di un'opera maturata dal passato prossimo, un periodo di transizione per la Georgia tra tradizione e apertura, iniziato dopo la caduta del muro di Berlino. Nel deludente Offset, invece, il matrimonio sfumato tra un tedesco e una ragazza di Bucarest è il plot per un film ambientato nella capitale rumena pieno di luoghi comuni sulla diversità culturale. Infine, dopo essersi occupato lungamente, nella sua filmografia, dei quartieri operai di Marsiglia, è il Robert Guédiguian franco-armeno che scava nelle sue radici a filmare il viaggio di iniziazione e maturità di una figlia piena di certezze (Ariane Ascaride, premiata come migliore interprete femminile) alla ricerca del padre malato rifugiatosi nella sua terra natìa, l'Armenia. Nonostante questo cambiamento di orizzonti tematici, l'attenzione del regista marsigliese va inevitabilmente all'analisi politica - la difficile situazione economica del suo paese d'origine -, più che all'analisi psicologica delle reali possibilità di "sentire" origini molto lontane con un'identità già ben definita.
Per restare in area francofona, gli altri due titoli in concorso non si dimenticano facilmente: Mon Colonel, diretto da Laurent Herbiet e sceneggiato da Costa Gavras, e Cages, del belga Olivier Masset-Depasse. È stato La battaglia di Algeri (Leone d'Oro a Venezia nel 1966) di Pontecorvo a ispirare il film che racconta la storia di un colonnello che coopta un giovane sottoufficiale intellettuale e pacifista fino a convincerlo sull'uso della tortura per insidiare i ribelli algerini. Oltre all'ottima scelta di Olivier Gourmet (visto da sempre nei film dei Dardenne) nei panni del colonnello ideologo e spietato, il film acquista un peso storico particolare, considerando che la guerra in Algeria è stata, fino a poco tempo fa, un tabù in Francia, come dimostra la censura del film di Pontecorvo durata trent'anni, con un primo passaggio sulla televisione francese nel 2004. Le violenze nell'estorcere informazioni, l'esercito civilizzatore, non possono non far pensare all'Iraq e alle torture nelle carceri di Abu Ghraib e Guantanamo. A questo proposito, Costa Gavras dichiara che la stesura del film era iniziata già molto prima (sette anni fa), pensando, in generale, alle guerre di liberazione. Nel film belga, Cages, troviamo il secondo incidente stradale del concorso che cambia le vite, in questo caso una giovane dottoressa perde l'uso della parola e dopo poco tempo anche le attenzioni del marito; ricorre così a originali soluzioni "di forza" per tenere l'uomo legato a sé, ma anche per intraprendere un difficile percorso di riabilitazione. Una storia d'amore che riesce a interessare grazie ad esiti insoliti rispetto al tema, abusato, dell'incomunicabilità.
Meritato il premio come migliore attore a Giorgio Colangeli, interprete intenso, insieme a Giorgio Pasotti e Michela Cescon, del lungometraggio di finzione L'aria salata, firmato Alessandro Angelini, documentarista vincitore del Festival di Torino nel 2000 (con Ragazzi del Ghana). Sicuramente grazie anche all'esperienza sul campo del regista, un anno di volontariato in carcere, il film impressiona per la capacità di ritagliare personaggi difficili, come questo padre detenuto in prigione, interpretato da Colangeli, che non riconosce più il figlio, assistente sociale nello stesso penitenziario. Un film che colpisce dritto allo stomaco senza perdere l'equilibrio, con una fotografia che rende perfettamente l'atmosfera drammatica del film e un montaggio aderente a un cardiogramma emozionale in crescendo e via via sempre più ricco di impennate verso l'alto. Non abbiamo assistito all'altra opera italiana di fiction, A casa nostra di Francesca Comencini, mentre possiamo riportare il terzo e ultimo film italiano in concorso, il documentario di Davide Ferrario La strada di Levi. Le parole di Primo Levi ripercorrono l'itinerario che a fine guerra lo portarono da Auschwitz a Torino con una lunga deviazione in Unione Sovietica. Attraverso queste parole si innestano le immagini contemporanee di quei paesi, la commemorazione delle vittime dei campi di concentramento, le testimonianze sul difficile passaggio al capitalismo, o al contrario quelle provenienti da una regione in cui resiste ancora la proprietà pubblica, fino a parole che ci riguardano direttamente quando sentiamo parlare del desiderio di trovare lavoro in Italia. Formalmente povero, sia per una scarsa cura dell'immagine, probabilmente dovuta a difficili condizioni di ripresa, sia per una scrittura basata su testimonianze e stato dei luoghi molto tradizionale, è un lavoro che non svela cose di cui non si è già a conoscenza, ma invita comunque a riflettere sulla condizione dell'Europa di oggi.
L'istituzione di un premio aggiuntivo della giuria non può che confermare il successo indiscusso del film This is England, diretto dall'inglese Shane Meadows, che si era già guadagnato i rari e lunghi applausi entusiastici alla proiezione per la stampa. Ambientato nel 1983 in piena era Thatcher, sorprende innanzitutto nel mostrare il movimento skinhead, notoriamente vicino al neonazismo, come pacifico e favorevole all'incontro delle culture, che si nutre di musica "nera" reggae e ska. Sono gli skinhead della prima generazione (il movimento è nato negli anni '60) che nel film accolgono un bambino di dodici anni emarginato dai coetanei e senza figure forti di riferimento, con un padre morto nella guerra delle Falklands. E proprio la sua ricerca di "mascolinità" è il terreno fertile su cui attecchiscono i primi germi della seconda generazione di skinhead, gli ultranazionalisti che frequentano i comizi del National Front e iniziano a compiere atti di violenza contro gli immigrati. Il lavoro è sincero, ispirato all'adolescenza "skinhead" dello stesso Meadows, gli attori perfetti, le ricostruzioni accurate (aneddoto del regista: le auto anni '80 che compaiono sono state acquistate su eBay e rivendute dopo le riprese con profitto!). E la musica del torinese Ludovico Einaudi è cruciale in una scena indelebile di violenza razziale.
Con Bes Vakit (Times and Winds), il regista turco Reha Erdem punta la macchina da presa sui ritmi lenti che scandiscono la vita di un povero paesino disteso sotto le alte montagne rocciose affacciate sull'Egeo. L'intreccio potrebbe essere quello di un romanzo neorealista, mentre il modo di filmare sottende una poeticità dei luoghi restituita dall'ottima fotografia. Di tutt'altro genere è il concorrente giapponese Nightmare Detective, di Shinya Tsukamoto, per la precisione il genere thriller onirico nipponico con molto splatter ben filmato. Arriva invece da Hong-Kong l'opera che completa questa prima edizione del concorso, Fu Zi (After this our exile), di Patrick Tam, un racconto intensamente drammatico, con una scrittura solida per la reale compartecipazione alla storia, sebbene, verso la fine dei 150 minuti di proiezione, si sia pensato ad uno sceneggiatore particolarmente sadico. Il film narra la storia del rapporto teso e problematico tra un uomo, rovinato dal gioco, e suo figlio. Il loro legame si sfalda quando il ragazzo è costretto a rubare per poter pagare i debiti del padre. Il cast eccellente annovera, fra gli altri, Charlie Young, attrice che in passato ha lavorato con Wong Kar Wai e Tsui Hark per Fallen Angels e Seven Swords.
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