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Il Cinema Ritrovato di Bologna, promosso dalla Mostra Internazionale del Cinema Libero e dalla Cineteca del Comune, ha festeggiato il ventennale della sua nascita dall'1 all'8 luglio con dodici sezioni, numerosi ospiti e oltre 230 splendide pellicole restaurate, difficilmente reperibili altrove, che riaccendono la passione e l'attenzione per un cinema che senza lo sforzo di questa rassegna rischierebbe di andare perduto per sempre e svanire nella memoria collettiva. La serata di inaugurazione dell'edizione 2006 ha avuto come protagonista Ernst Lubitsch e uno dei suoi capolavori: Il ventaglio di Lady Windermere, accompagnato da una nuova partitura composta da Timothy Brock, per l'occasione alla guida dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. La Cineteca ha poi celebrato il grande maestro italiano Alberto Lattuada con la retrospettiva Ritratto di un artista eclettico, composta da undici titoli come Il bandito, La nostra guerra, Senza pietà, Il mulino del Po, Il cappotto, Anna, Gli italiani si voltano - episodio tratto da Amore in città -, La spiaggia, Guendalina, Mafioso, Don Giovanni in Sicilia, e la mostra fotografica Gli italiani si voltano: la bellezza secondo Lattuada, curata da Piera Detassis. Le altre retrospettive sono state dedicate a William S. Hart "Star of the West", prima icona del cinema western, a Sarah Bernhardt, la più grande diva teatrale, Germaine Dulac, regista femminista dell'avanguardia francese degli anni Venti e Trenta, a Loïe Fuller, la danzatrice che inventato la danza "Serpentina" e a Raymond Frau.
I film raggruppati nella sezione La messa in scena della guerra fredda hanno messo in luce un'intera produzione cinematografica di documentari e fiction posta al servizio della propaganda politica su entrambi i "fronti", occidentale e sovietico. Fra i titoli The Manchurian Candidate di John Frankenheimer e molte pellicole italiane, tra cui quelle di Marcello Baldi, regista a cui è stato dedicato un intero spazio con quattro suoi film (Ad ogni costo, Idolo infranto, Trent'anni dopo, Osiride). Emblematico riflesso dello spirito culturale e sociale dell'epoca è My Son John di Leo McCarey (Usa, 1952), il quale può essere efficacemente introdotto da questa considerazione del critico Robert Warshow: "La logica nascosta sembra voler dire: visto che non possiamo capire il comunismo è probabile che qualsiasi cosa non possiamo capire sia comunismo". Il film fonde melodramma familiare e atmosfere politiche, veicolando i valori dell'anti-comunismo, dell'anti-intellettualismo e della religiosità patriottica (la Bibbia, infatti, si fa concreta figurativizzazione nel film) attraverso il rapporto viscerale e controverso tra la moglie e madre perfetta Lucille Jefferson (Helen Hayes) e l'adorato primogenito John (Robert Walker), la mente brillante e studiosa della famiglia, attraverso il quale la donna sperava di realizzare i suoi sogni e le sue aspirazioni di gioventù. La freddezza e il cinismo intrinseche alla caratterizzazione del personaggio di John, e alla stessa recitazione di Walzer, membro in incognito del Partito Comunista, rafforzano la negatività associata all'ideologia politica avversata con tutte le forze dall'America in quel periodo. Solo un ravvedimento radicale, benché tardivo, potrà cancellare "la colpa" di John.
Arricchisce il cartellone la tradizionale, ma preziosa sezione Ritrovati & Restaurati: da sempre, infatti, i maggiori restauri da tutto il mondo passano da Bologna per essere nuovamente offerti al pubblico. Tra i restauri promossi della Cineteca di Bologna: A King in New York di Charles Chaplin e quattro comiche del periodo Keystone; Maciste di Luigi Romano Borgnetto e Vincenzo Denizot; Cacciatori sottomarini, Tonnara e Opera dei pupi per l'omaggio a Francesco Alliata; i cortometraggi e il lungometraggio Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta e On the Bowery (Usa, 1957), lo straordinario film a soggetto diretto da Lionel Rogosin - presentato al Festival dal figlio Michael -, il cui restauro è stato promosso dalla Rogosin Heritage ed eseguito presso il laboratorio L'Immagine Ritrovata nel 2006 a partire dai negativi originali conservati presso l'Anthology Film Archives. L'opera di Rogosin rimane indimenticabile perché, come un coltello affilato, penetra nello squallore e nella degradazione umana, documentando - senza retorica e senza artificio - il selciato disseminato di cartacce, di rifiuti marci, e i visi, i volti senza speranza e senza futuro degli alcolizzati che vegetano, sopravvivono, respirano nel quartiere newyorchese della Bowery. Fotografato in un intenso quanto disperato bianco e nero, On the Bowery (realizzato dopo che Rogosin aveva trascorso sei mesi con i protagonisti del film) racconta una delle tante possibili microstorie dei bassifondi della metropoli americana: un giovane uomo arriva nella Bowery e viene presto sospinto a fondo dal potere dell'alcol e della sconfitta. Perde tutto: valigia, denaro, dignità. Gli sarà offerta una via d'uscita, ma ormai è troppo tardi per coglierla.
Sempre nella sezione Ritrovati & Restaurati: The Gang's All Here (in italiano tradotto con Banana Split) del 1943. La trama è risibile: tra un sergente di buona posizione e una cantante di Night Club nasce l'amore. Purtroppo lui ha già una promessa sposa, un'amica di famiglia scelta dai genitori fin dall'infanzia, ma il lieto fine è dietro l'angolo, grazie alla provvidenziale idea del padre del protagonista di organizzare uno spettacolo in onore del decorato militare in licenza premio nella sua villa. Appartenente alla serie di musical hollywoodiani sulla "Politica del Buon Vicinato", negli anni della Seconda Guerra Mondiale, questa sfarzosa produzione Fox vantava alcune delle stelle più famose dell'epoca: la cantante dalla voce suadente Alice Faye, che lanciò subito due classici del periodo per i militari e per le loro fidanzate rimaste in patria (No Love, No Nothin' e A Journey to a Star), accanto all'esuberante diva brasiliana Carmen Miranda, con i suoi costumi stravaganti, i copricapo fantasiosi e il suo inglese incerto. Il regista è il coreografo Busby Berkeley, promotore della formula del backstage musical attuata dalla Warner negli anni Trenta, e il suo marchio su questa pellicola è rappresentato dal suo stile personale, in cui ferve un immaginario surrealistico fatto di stravaganti esibizioni musicali, coreografie costruite dai corpi delle ballerine e rivoluzionarie suggestioni visive, esaltate dall'impiego del 3-strip Technicolor. Tutto il suo genio è racchiuso nei due numeri più spettacolari e surreali del film: il classico camp The Lady in the Tutti-Frutti Hat, che si attirò le attenzioni della censura per l'enorme ricorso a banane giganti per la sequenza, e l'epico, caleidoscopico finale, in un trionfo di effetti fotografici speciali che vanno dal balletto "Polka Dot", un bolero alla Dalí con coriste in calzamaglia, neon circolari, e dischi colorati, fino all'esecuzione di A Journey to a Star, dove partecipano tutti i protagonisti del film. La forza innovatrice di Berkeley si manifesta proprio in queste rappresentazioni: spicca innanzitutto l'annullamento delle regole spaziali del teatro, raggiunto attraverso l'eliminazione dell'arco di proscenio, dando in questo modo vita ad "uno spazio fantasmagorico", come lo ha definito il critico La Polla, dove a dominare è soprattutto la sua fantasiosa capacità inventiva. Il cinema di Berkeley riposa su un paradosso: sulla rappresentazione di un allestimento che pretende di essere teatrale ma che, in realtà, non è concepibile senza i movimenti di macchina, le angolazioni e il montaggio cinematografico, i quali consentono di procedere dal particolare verso una visione più generale dello spettacolo. Il regista-coreografo fonda il nucleo della sua immaginazione figurativa ed espressiva sia sull'abolizione delle consuete regole spaziali - nella logica di una messa in scena teatrale - sia sulla giustapposizione di componenti incongrue e inadeguate. Le scenografie barocche e la tendenza verso l'eccesso sono probabilmente due dei tratti che contraddistinguono la figura artistica di Busby Berkeley, insieme alla propensione verso il kitsch.
Protagonista di Ritrovati & Restaurati è stato anche il grande cinema italiano, con due film che hanno fatto - a loro modo - storia. Il primo capolavoro riproposto al pubblico è stato uno dei film più apprezzati e conosciuti di Michelangelo Antonioni, Professione reporter (1974), con un giovane Jack Nicholson nei panni del reporter televisivo angloamericano David Locke, inviato in Africa settentrionale per tentare di intervistare il capo di un gruppo di rivoluzionari. Stanco della sua vita già delineata e indirizzata, David intravede la possibilità di cominciare una nuova esistenza assumendo l'identità del suo vicino di camera nell'albergo africano, morto a causa di un infarto, che non caso si chiama David (Robertson). Forte di una tanto vaga quanto sufficiente somiglianza fisica, che gli permette di rendere credibile la falsificazione dei documenti, David Locke diventa quindi David Robertson. Seguendo l'agenda del vero Robertson, David si sposta prima in Germania a poi a Barcellona scoprendo che l'uomo di cui ha assunto le generalità è un commerciante di armi invischiato in trattative ovviamente illegali. Il suo piano rischia, inoltre, di essere mandato a monte da sua moglie che, intenzionata a parlare con Robertson, l'ultima persona ad aver parlato con il marito ancora in vita, manda sulle sue tracce il suo migliore amico. A complicare ulteriormente l'intreccio interviene poi l'avventura amorosa con una affascinante studentessa di architettura (Maria Schneider) che lo accompagna fino all'inevitabile scioglimento della matassa, che avverrà con uno dei piani sequenza più belli ed enigmatici della storia del cinema. L'utopia del progetto di Locke - l'impossibilità di mutare il destino della propria vita e la propria personalità - è la chiave di lettura di Professione reporter, che si esprime a livello visivo nella sapiente costruzione delle immagini da parte di Antonioni dove il disagio esistenziale emerge nitidamente dal rapporto che il regista instaura tra i personaggi e i paesaggi in cui si muovono, dal deserto africano alle assolate strade spagnole, alle opere di Gaudì a Barcellono. Sono più i fotogrammi che non le parole della sceneggiatura, infatti, a indicare con forza la vacuità e l'insensatezza di un certo modo di concepire la vita negli anni Settanta, un modo al quale David Locke tenta invano di fuggire ma con cui - alla fine - dovrà fare irrimediabilmente i conti.
L'altra opera presentata è stata Vanina Vanini (1961), uno dei film più discussi e meno celebri nella filmografia di Roberto Rossellini, di cui proprio quest'anno si festeggia il centenario della nascita. L'azione si svolge a Roma nel 1823. La principessa romana Vanina Vanini (Sandra Milo) si innamora di Pietro Missirilli (Laurent Terzieff), un giovane carbonaro venuto a Roma per vendicare il tradimento subìto da un suo compagno e che, ricercato dalle guardie, si rifugia in casa Vanini. Quando Missirilli torna in Romagna per proseguire la lotta carbonara, Vanina lo segue e il loro amore si consuma nel corso di appassionati e segreti incontri nel castello di San Nicolò dove Vanina risiede momentaneamente. Ma ben presto Vanina si rende conto che Pietro sarà sempre scisso e lacerato tra l'amore che nutre per lei e i suoi ideali politici e morali verso la Carboneria e gli uomini che ne fanno parte. Pur di godere in esclusiva delle attenzioni dell'amato, la donna non esita a svelare alla polizia il ritrovo dove si riuniscono tutti i maggiori esponenti della carboneria locale, trattenendo Pietro la sera della retata. Ma quando Missirilli apprende del loro arresto, per non essere sospettato di delazione, decide di costituirsi anche lui. Vanina chiede l'intercessione delle autorità ecclesiastiche, che garantiranno la libertà solo in cambio del pentimento del giovane. Venuto a conoscenza delle manovre di Vanina, Pietro deciderà - sdegnato - di andare al patibolo, mentre Vanina cercherà rifugio nella pace di un convento. Il film, basato sull'omonima novella di Stendhal contenuta poi in Cronache italiane, inaugura la svolta didattica del grande regista, che non riesce però a trovare un compromesso tra le ragioni storiche contenute nel plot e le vicende melodrammatiche legate alla storia d'amore impossibile tra Vanina e Pietro. Vanina Vanini è stato presentato al pubblico del Cinema Ritrovato proprio da Sandra Milo, che ha ricordato come la sua collaborazione con il regista di Roma città aperta, definito dalla Milo "un vulcano artisticamente", fosse iniziata da un incontro alla Cinematheque di Parigi e di come, al principio, l'attrice di Adua e le sue compagne (film con il quale Sandra Milo rischiò di vincere la Coppa Volpi, poi persa ai punti contro Shirley McLaine) nutrisse diversi dubbi sulla possibilità di interpretare il ruolo di una principessa romana, vista la sua prorompente fisicità, non proprio consona a quella di un'aristocratica. Dubbi presto fugati dallo stesso Rossellini che rispose alla Milo: "si può dire tutto di me tranne che non sappia dirigere gli attori". Memorabile fu però la tremenda accoglienza di critica che ricevette la pellicola al Festival di Venezia, dove la stessa attrice fu ingenerosamente ri-soprannominata dalla stampa "Canina Canini". Il montaggio definitivo del film fu rifiutato da Rossellini, perché a metterci mano fu l'allora compagno di Sandra Milo, che tagliò alcune parti per far risaltare ancora di più il personaggio di Vanina. Un film tormentato, che però merita di essere riconsiderato e di raccogliere maggiore fortuna.
Grande protagonista del Cinema Ritrovato edizione 2006, poi, è stato Vincente Minnelli, che debuttò ad Hollywood con Due cuori in cielo (1943), tratto da un successo di Broadway e affidato ad un cast all-back, nel quale anticipa la sua propensione a rappresentare una dimensione onirica e fantastica, integrata ad un'ambientazione reale della storia, e dove si presenta fluido e senza soluzione di continuità il passaggio dalle scene drammatiche ai numeri musicali, entrambi parte dello stesso tessuto narrativo. Regista sia di musical che di melodrammi (tra cui il remake de I quattro cavalieri dell'Apocalisse del 1962, proiettato in questa edizione del festival), Minnelli è stato un autore molto discusso, amato soprattutto in Francia nei decenni Cinquanta e Sessanta e oggetto di particolare attenzione da parte dei critici dei Cahiers du Cinéma: celebrato come un artista in grado di dare forma ai sogni, Minnelli è l'artefice più colto dell'evoluzione del musical in forza all'unità del producer Arthur Freed alla MGM, la cui visione cinematografica è interpretata come un vero e proprio omaggio alla bellezza e all'armonia dell'esistenza. In un suggestivo saggio di Thomas Elsaesser, contenuto nel volume Genre, the musical: a reader (a cura di Rick Altman), lo studioso sostiene che tutti i film di Minnelli - inclusi i melodrammi - aspirano alla condizione di musical, in virtù della dimensione autenticamente spirituale creata dalla combinazione di luci, colori, movimenti coreutici, scenografie e musiche. Ne è un esempio magnifico il finale di uno dei film proiettati, Qualcuno verrà (Usa, 1958), melodramma tratto dal secondo romanzo di James Jones (autore di Da qui all'eternità) che fa leva su uno dei topoi classici della narrazione occidentale: il ritorno a casa, e più specificatamente a Parkman, nel Midwest, del soldato romanziere Dave Hirsch (Frank Sinatra) che si scontra con l'ipocrisia diffusa della cittadina di provincia dalla doppia anima, perbenista di giorno - come il fratello del protagonista e sua moglie - e più libera e tollerante ai vizi di notte. I ben costruiti personaggi del film, tra cui il giocatore d'azzardo alcolizzato Dean Martin e la tenera prostituta innamorata di Dave Shirley MacLaine, rendono questo melodramma un'efficace tragedia sulla fine delle illusioni, che culmina nella sequenza della festa di paese, dove Mannelli imbastisce un delirante montaggio incrociato tra l'assassino, un ex pretendente di Shirley MacLaine, e Dave, in cui i set, la musica, le comparse, i proiettili e i colori - rosso e viola su tutti - si fondono febbrilmente in una simbolica danza che rievoca, per una volta, l'incubo anziché il sogno.
Minnelli mira soprattutto alla fluidità della progressione verso la dinamica onirica, arrivando ad una completa coincidenza fra realtà e sogno, in una sorta di quarta dimensione spazio-temporale. Il regista statunitense trasforma i movimenti dei suoi personaggi in forme, colore, ritmo, raggiungendo vette di intensità emozionali tali, che diventa impossibile per i protagonisti dei suoi musical non sciogliersi in un canto e in un ballo liberatori. Il rapido cambiamento di scenografia; la transizione nel colore e nella luce; la libertà nella composizione; lo scivolamento dal realismo psicologico alla pura fantasia, che culmina nel passaggio dall'azione alla canzone, dal passo alla danza: tutto ciò rappresenta l'essenza stessa dei musical firmati da Minnelli, i quali esaltano l'artificio come veicolo di un'autentica realtà psichica ed emozionale. Basti pensare a Incontriamoci a St. Louis (1944), che si impone in virtù dell'evidente impronta nostalgica (la storia è ambientata nel 1903) e della raffinata abilità con cui fonde la dimensione del reale e dell'immaginario, all'interno di un racconto che celebra i valori della famiglia (la famiglia Smith, che decide di non lasciare la natia Saint Louis per New York) e, indirettamente, della patria. È il primo film a colori per Vincente Minnelli, che sposerà un anno dopo le riprese del film la protagonista Judy Garland, dove già sono evidenti i suoi stilemi registici: la composizione, l'ampio uso dei colori, l'orchestrazione dei movimenti, della messa in scena e della direzione degli attori, il gusto, l'attenzione per i dettagli, il senso lirico. Oppure basti pensare alla favola poetica di Brigadoon (1954), villaggio fantasma che compare in Scozia un giorno ogni cento anni, e nel quale Gene Kelly si trova a vivere la storia d'amore della sua vita ai confini del tempo e del reale.
Per il teorico Elsaesser il comune denominatore dei suoi personaggi è l'incessante ricerca per raggiungere la totale gratificazione delle loro esigenze estetiche e la piena corrispondenza tra la realtà delle loro vite e quella dei loro sogni. Il loro obiettivo è, dunque, quello di realizzare se stessi e di creare i propri universi personali dando un senso compiuto alle loro esistenze, in un mondo di caos e confusione soprattutto morale. Ed è questo l'obiettivo anche del protagonista di Due settimane in un'altra città (Usa, 1962), Jack Andrews (Kirk Douglas): un attore uscito dal giro dopo aver trascorso gli ultimi anni della sua vita in una casa di cura, nella quale rimettersi dalla dipendenza dall'alcool e dai fantasmi del passato (un pauroso incidente d'auto, causato forse da un tentativo di suicidio, forse dallo stato di ebbrezza, certamente indotto dall'adulterio della ex moglie Carlotta-Cyd Charisse), viene chiamato a Roma dal suo regista feticcio Maurice Kruger, l'immenso Edward G. Robinson, per aiutarlo nella conclusione delle riprese del suo film. La pellicola, sebbene lontana dagli esiti de Il bruto e la bella, rappresenta comunque un'amara e apprezzabile riflessione su un certo cinema che negli anni Sessanta si sta ormai sgretolando con la fine dello Studio System.
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