Panoramica
63° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia
di Lorenzo De Nicola
La selezione di questa sessantatreesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha dato vita ad un nucleo compatto di buone pellicole, "un'esplorazione a tutto campo", per usare le parole del direttore Marco Müller, "senza alcuna velleitaria fuga in avanti. Riflessivi quanto è stato possibile (…), abbiamo cercato di guardare tanto allo stile quanto al negozio (…)". Di certo non si può dire di aver visto sugli schermi del Lido opere indimenticabili ma, ad ogni modo, tutte di ottimo livello da un punto di vista contenutistico e formale. Un denominatore comune che ha sicuramente messo in difficoltà le giurie delle sezioni del Concorso (Catherine Deneuve, José Juan Bigas Luna, Paulo Branco, Cameron Crowe, Chulpan Khamatova, Park Chan-wook, Michele Placido) e di Orizzonti (Philip Gröning, Carlo Carlei, Yousri Nasrallah, Giuseppe Genna e Kusakabe Keiko), capaci comunque di non concedersi sbavature nella selezione dei lavori meritevoli di un premio o di una menzione (ad eccezione del discutibile Leone Speciale conferito a Quei loro incontri di Straub-Huillet per "l'innovazione del linguaggio cinematografico").
Inoltre, alle sezioni regolarmente inserite, si sono aggiunte tre retrospettive ricercate e coinvolgenti. La storia del cinema nostrano è stata affrontata attraverso la Storia segreta del cinema italiano 3, che ha portato sugli schermi opere restaurate di incredibile valore storico (come Il generale Della Rovere di Rossellini, Ossessione di Visconti e Per qualche dollaro in più di Leone) e dalla difficile reperibilità (come Il feroce saladino di Mario Bonnard e Quartieri alti di Mario Soldati). Dall'Italia, poi, si è potuti volare al Brasile con l'omaggio a Joaquim Pedro de Andrade, pietra miliare del cinema brasiliano, e autore di opere quali O padre e a moÇa (1965), Garrincha, allegria de povo (1963), Macunaima (1969). Come se non bastasse, dalle calde atmosfere sudamericane ci si è potuti spostare - secondo un percorso schizofrenico e vivace - a quelle più stravaganti della commedia musicale sovietica, genere a cui si era finora prestata poca attenzione durante la rilettura del periodo classico, stilizzate da registi come Grigorij Aleksandrov e Ivan Pyr'ev.
Come ci si può subito rendere conto da questi pochi dati, la Mostra del Cinema di Venezia si è distinta per il suo carattere estremamente magmatico ed eclettico. Malgrado l'ormai inevitabile e massiccia presenza di opere provenienti dagli Stati Uniti - molte delle quali non avrebbero fatto rimpiangere la loro assenza (basti pensare, per fare un esempio, a World Trade Center, produzione catastrofico-patriottica firmata Oliver Stone o a The Wicker Man, mal riuscito remake di Neil LaBute) - si sono potuti distinguere alcuni lavori che non si possono non menzionare e che speriamo la distribuzione abbia il coraggio di far circolare. Stiamo parlando di Azul oscuro casi negro di Daniel Sànchez Arévalo, Suely in the sky di Karim Ainouz, Falkenberg Farewell di Jesper Ganslandt, El amarillo di Sergio Mazza, Le pressentiment di Jean Pierre Darroussin, Mientras tanto di Diego Lerman e The fountain di Darren Aronofsky.

Per concludere, non si può non segnalare che su tutta la Mostra hanno campeggiato le figure di due grandi maestri. Stiamo parlando di Manoel De Oliveira e David Lynch - quest'ultimo insignito prematuramente, ma al tempo stesso inevitabilmente, del Leone d'Oro alla carriera -, le cui rispettive opere, Belle toujours e Inland Empire, hanno illuminato e legittimato ulteriormente questa manifestazione che, malgrado spesso scateni lo scetticismo di molti critici e appassionati, si conferma ogni anno uno dei più importanti eventi cinematografici internazionali.