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A leggere la stampa e a indovinare gli umori dei registi
che vi hanno partecipato, questa dodici giorni del Festival
di Cannes si è presentata niente meno che come
una maratona mediatica. Nanni Moretti, in attesa del verdetto
della giuria, ironizzava nervosamente "perché
non farlo più corto?", sapendo che un notissimo
giornalista italiano, già al terzo giorno, rimasto
soddisfatto del film dello spagnolo Pedro Almodóvar,
Volver, voleva defilarsi e prendere la via di casa.
Ma sul suolo francese, ben altre critiche piovevano come
pietre già alla vigilia del più grande evento
mediatico internazionale di primavera, con Le Monde
diplomatique che tuonava "Cannes, un festival
che gira a vuoto", criticando modalità e "spirito
guida" delle recenti edizioni cannensi. In effetti,
l'assenza di nuovi nomi e la presenza in concorso dei
soliti noti auteurs da festival europeo, con un
unico film cinese in competizione, rende controverso se
optare per considerlo soltanto un caso, come ha sostenuto
il presidente di turno della giuria, Wong Kar-wai, a proposito
del ristrettissimo gruppo di film asiatici presenti, oppure
intravedere delle tendenze strutturali. Di sicuro, si
sa che un quarto dei film presentati a Cannes sono co-produzioni
francesi, mentre è mancato finora l'interesse e
il sostegno verso produzioni "altre", ragione
per cui è quasi del tutto assente dalla rassegna,
ad esempio, il cinema africano.
Disertata da filmgoers e cinéphiles, la rossa "montée des marches" è la più impopolare d'Europa. È impossibile per i non addetti ai lavori ottenere un regolare biglietto per assistere ad una proiezione del Concorso, come invece avviene ai Festival di Berlino o di Venezia, e neppure per gli interessanti titoli fuori concorso o per Un Certain Regard, la sezione minore nella quale è stato collocato quest'anno, piuttosto ingiustamente, Il regista di matrimoni di Marco Bellocchio. Il Palais des Festivals apre le porte esclusivamente ai professionisti dell'audiovisivo e ai media, televisioni in testa, mentre all'interno della stampa vige un complesso, quanto variegato arcobaleno di priorità indicate da colori, a seconda della tiratura del giornale e della copertura che si intende svolgere; anche tra televisioni, stampa e agenzie di fotografia, si stabilisce così un esclusivo sistema che privilegia i "marchi" più blasonati.
Per il pubblico, c'è spazio solo nelle sezioni parallele della Croisette, Semaine Internationale de la Critique e Quinzaine des Réalisateurs, che non risplendono sotto la luce dei riflettori e non vengono quasi considerati dai media italofoni, ma in cui si rivelano puntualmente i nuovi talenti. La Quinzaine ha assegnato il premio "Art et Essai" all'esordio registico di Kim Rossi Stuart con Anche libero va bene, mentre i quotidiani del Bel Paese riportavano "quest'anno l'Italia a bocca asciutta", riferendosi alla sola coppa d'oro con le strane fattezze di una palma. Ma siccome l'arte se ne sta liberamente fuori dalle competizioni, è doveroso ricordare che sempre la Quinzaine ha premiato in passato Jafar Panahi (Il palloncino bianco, 1995) o i fratelli Dardenne (La Promesse, 1996), questi ultimi insigniti poi della Palma d'Oro per L'Enfant nel 2005.
Il cuore pulsante di Cannes, nascosto ai più, non è la rutilante scalinata riflessa in ogni parte del globo, ma è un cuore dall'anima industriale che si chiama Marché du Film. Creato nel 1959 come occasione di incontro per distributori, produttori e acquirenti di prodotti audiovisivi, ha visto quest'anno superare i 10.000 partecipanti, offrendo 29 sale in cui visionare opere di qualunque genere e formato provenienti da tutto il mondo. Nella presente edizione, si è registrato un forte aumento di professionisti asiatici (raddoppiati i cinesi), anche se nel complesso questo 2006 è stato un anno tiepido per il mercato.
Mentre sul lungomare della Croisette
sfilano le promozioni dello star-system che detta le date
delle uscita mondiali di X-men 3 e Il Codice
Da Vinci, al Grand Théâtre Lumière
si assiste all'impegno politico, come è stato il
caso di Ken Loach con The Wind That Shakes the Barley,
che frequenta la trascurata resistenza irlandese degli
anni '20 e guadagna l'ambita Palma d'Oro; del favorito
francese Bruno Dumont, con Flandres, un racconto
incentrato su una più metafisica partenza per un'imprecisata
guerra di alcuni giovani abitanti di un paesino delle
Fiandre, a cui è andato il Gran Premio della Giuria;
di Alejandro Inarritu, che con Babel mette in scena
la convivenza pacifica tra i popoli, aggiudicandosi il
prestigioso Premio per la Regia; e, infine, di Rachid
Bouchareb, che con Indigènes ha firmato
un importante documento storico, un film che ricorda i
soldati africani delle colonie francesi in lotta contro
i nazisti per difendere la loro patria, "lontana"
e sconosciuta: un capitolo della storia francese dimenticato
dai manuali e interpretato da un cast di attori che ottiene
il riconoscimento per la migliore interpretazione maschile.
Tra i giovani, figurano il promettente regista trentenne Richard Kelly (ricordate Donnie Darko?) con Southland Tales, e Sofia Coppola con il suo Marie Antoinette, un ritratto umano e non politico della regina di Francia che ha diviso molto la critica, ma ha senz'altro stupito per l'incursione del post-moderno (la musica di Aphex Twin, Siouxsie and the Banshees e The Strokes) tra le ambientazioni settecentesche di Versailles. L'esclusione dal premio più ambito del favorito Pedro Almodóvar, che comunque porta a casa il riconoscimento per la miglior sceneggiatura - mentre alle sue protagoniste viene consegnata la Palma per la migliore interpretazione femminile - si spiega con la volontà della giuria di far prevalere, in definitiva, l'urgenza del mondo e le riflessioni sulle guerre rispetto alle questioni private, una tendenza verso un cinema "necessario" già anticipata dall'ultimo Festival di Berlino.
A quando, tuttavia, una vera festa popolare del cinema, che riporti in sala un più vasto pubblico di spettatori rispetto ai capannelli di Cannes? A questo sembra puntare la nuovissima, e ormai prossima, Festa Internazionale di Roma, che non a caso si è liberata del titolo di Festival.
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