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Giunto alla sua XXIV edizione, il Bergamo Film Meeting ha festeggiato i 30 anni di Lab 80 film, nata per promuovere, attraverso la distribuzione, un cinema non assoggettato a rigide regole di mercato. In omaggio al lavoro di tre decenni - durante i quali il pubblico italiano ha potuto conoscere e approfondire opere di autori come Wenders, Fassbinder, Wajda, Imamura, Dreyer, Bresson, Tarkovskij... - è stata realizzata la pubblicazione Ieri, oggi, domani. 30 anni di Lab 80 film, a cura di Andrea Frambosi e Angelo Signorelli, che ripercorre le tappe di un'appassionante avventura distributiva elencando i titoli di una preziosa filmografia raccolta stagione dopo stagione, tra i quali sono stati selezionati e proiettati nell'Auditorium di Piazza Libertà cinque film: Alice nelle città di Wim Wenders, Radio on di Christopher Petit (pervaso dalla musica di Kraftwerk, Devo, David Bowie, e impreziosito da un'apparizione di Sting), Il diritto del più forte di Rainer Werner Fassbinder, Une visite au Louvre di Straub-Huillet e La signora di mezzanotte di Mitchell Leisen.
Il Meeting ha presentato quest'anno la prima e più completa retrospettiva, mai realizzata in Italia, sul cinema di David Lean, resa possibile grazie alla collaborazione con "British Film Institute di Londra, The David Lean Foundation, British Council": sedici film che segnano una carriera alla regia iniziata nel 1942 con Eroi del mare e culminata nel 1984 con la conquista di due Oscar per Passaggio in India. Le proiezioni di La iena (1945), Sangue sulla luna (1948) e Gli invasati (1963) hanno poi reso omaggio a Robert Wise, scomparso lo scorso settembre, rivelando la vena noir e gli interessi per psicologia e fantascienza del regista statunitense, famoso soprattutto per i suoi kolossal. Gradevole sorpresa si è rivelata l'anteprima italiana del primo lungometraggio del musicista e compositore jazz Siegfried, Louise - Take 2 (Francia, 1999), delicato ritratto di una tormentata donna-angelo interpretata dalla eterea Elodie Bouchez, quasi interamente girato nella metropolitana parigina, tra incontri, amori, utopie e pedinamenti di personaggi in bilico tra vita e letteratura.
La Mostra Concorso ha presentato lungometraggi provenienti sia dall'Italia che da Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Turchia, Bosnia Erzegovina, Germania, Lituania, e la giuria del pubblico ha premiato con la "rosa camuna d'oro" E l'aura fai son vir (Il vento fa il suo giro, Italia, 2005) di Giorgio Diritti, il primo film italiano parlato in lingua occitana, ambientato in un paese in Alta Val Maira, nel cuneese, al confine con la Francia. Lo spunto per raccontare la cultura e le tradizioni di questa comunità di pochi abitanti è racchiuso in una storia di difficile accettazione dell'altro, di una diffidenza nei confronti dello straniero che si nasconde cercando di sopraffare l'esprimersi della tolleranza. La "rosa camuna d'argento" è andata a Otkradnati ochi (Occhi rubati, Bulgaria/Turchia, 2005) di Radoslav Spassov, dramma sull'identità e storia di una minoranza oppressa, i musulmani bulgari, che, obbligati ad abbandonare i loro nomi e a sostituirli con altri di origine cristiana, decidono di espatriare in Turchia. Infine, la "rosa camuna di bronzo" è stata attribuita a Príbehy obycejného sílenství (Sottosopra, Rep. Ceca/Germania/Slovacchia, 2005) di Petr Zelenka, affresco di situazioni stravaganti vissute attraverso lo sguardo di un uomo impassibile che lavora allo scalo merci dell'aeroporto di Praga, tratto dalla piéce teatrale Racconti di comune follia dello stesso Zelenka.
Pensando al cinema islandese visto in Italia, il grande pubblico ricorderà forse Nói Albinói (Dagur Kári, 2003), unico spiraglio che ha lasciato trapelare sugli schermi italiani la fulgida luce che irradia l'Islanda degli ultimi anni. Per fortuna il Meeting si è fatto carico, ancora una volta, di promuovere opere di valore passate in sordina: le proiezioni dedicate dalla kermesse bergamasca ai registi islandesi hanno suggerito un approccio articolato a questa cinematografia attraverso una selezione di film che, pur nella loro diversità, presentano notevoli tratti in comune. Il rapporto con la forza soggiogante della natura, l'escapismo, la forza interiore che consente di affrontare anche le situazioni più tragiche con ironia, permeano le pellicole realizzate dai registi islandesi. La loro patria è un'isola sperduta nel freddo oceano, a poca distanza dalla Groenlandia, dove la creatività non si esprime solo nella musica composta da Björk e Sigur Ros, ma anche in un nuovo cinema attraversato da anime passionali e personaggi stravaganti che affrontano le sfide del clima e dell'isolamento, forti della propria sensibilità artistica. É così che, nel catalogo del Meeting, Giuseppe Gariazzo si riferisce al cinema islandese constatandone "una rinascita" e prosegue affermando "meglio sarebbe dire una vera e propria nascita, pensando all'esiguità della produzione precedente, di una nouvelle vague sempre più ampia, ricca di talenti, di sguardi originali", notando nei film la volontà di preservare un patrimonio culturale locale.
Oltre al vincitore di Schermi D'Amore 2005, Kaldaljós (Luce Fredda), tormentata opera realizzata nel 2004 da Hilmar Oddsson, sorprendono per stravaganza il bizzarro Fíaskó (Fiasco, 2000) di Ragnar Bragason, che gestisce una brillante narrazione su tre livelli, Næsland (Niceland, 2004) di Friðrik Þór Friðriksson, una lieve storia d'amore adolescenziale che non rinuncia a porsi domande esistenziali, e l'esuberante 101 Reykiavik (2000) di Baltasar Kormákur, avventura di un giovane islandese di ineffabile tranquillità, del suo atteggiamento inerte che tutti si illudono nasconda qualche interesse o passione segreta, ma che egli invece tenta di spiegare come si tratti semplicemente di "un niente di nessun tipo", un lasciarsi vivere senza preoccupazioni, almeno fino a quando i sentimenti non giungono, improvvisi, a complicare la situazione.
Un'altra sezione del BFM, dedicata al cinema rock inglese tra gli anni Settanta e Ottanta, ha appassionato una platea attenta alle produzioni musicali, viziando il pubblico fino a tarda notte con proiezioni come Pink Floyd - The Wall di Alan Parker (Gb, 1982), la celeberrima epopea di una rockstar (interpretata da un giovane Bob Geldof) che vive una crisi esistenziale raccontata dalle note e dai testi del concept album dei Pink Floyd: tre livelli narrativi si intersecano, mostrando l'alternarsi di tre stati di coscienza del protagonista, un presente lacerato dalle contestazioni studentesche, i ricordi dell'infanzia vissuta nel dopoguerra, e una serie di sequenze d'animazione di Gerald Scarfe che danno forma a veri e propri incubi. Oltre a The Commitments (Gb, 1991), altro omaggio al cinema di Alan Parker, non sono poi mancati film tratti da album concepiti già come rock-opera dagli Who, come Tommy di Ken Russell (Gb, 1975) o Quadrophenia di Franc Roddam (Gb, 1979), e grandi produzioni con cast memorabili come Absolute Beginners di Julien Temple (Gb, 1986) con Patsy Kensit, David Bowie, Sade, Mick Jagger e Keith Richards.
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