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Festival tra i più longevi d'Europa e seguitissimo dal pubblico, soprattutto giovanile, che per dieci giorni ha affollato i quattro cinema in sui si è svolta la rassegna, il Mannheim-Heidelberg Film Festival è senza dubbio tra le più interessanti vetrine per giovani talenti provenienti da ogni parte del mondo e un'importante occasione d'incontro e scambio tra autori più o meno esordienti, produttori e compratori a caccia di novità. Interamente riservato ai newcomers, filmaker alla prima o seconda opera, il festival proponeva quest'anno un fitto calendario di proiezioni, suddivise in due sezioni riservate ai lungometraggi (International Competition e International Discovery), una ai cortometraggi (International Short) e una al cinema "come arte" (Art as Cinema). Da segnalare anche la retrospettiva (ad esser sinceri tutt'altro che originale) dedicata a Rainer Werner Fassbinder, che nel 1969 esordiva con il suo primo film proprio al Festival di Mannheim.
"Truths and dreams" è lo slogan con cui il navigato direttore del festival, Michael Koetz, ha descritto (in un lungo e un po' retorico discorso nella serata di apertura) i criteri che hanno guidato la selezione delle opere proposte. Film caratterizzati da approcci autoriali vari e sfaccettati, ma uniti dall'intento di costituire un mosaico che rendesse conto delle sempre più evidenti contraddizioni della moderna società dei consumi alla disperata ricerca di lumi, nel buio di una quotidianità carica di speranze spesso irrealizzabili.
A sorpresa, il Main Award del 54° Mannheim-Heidelberg Film Festival è andato al regista sloveno Igor Sterk per il film Tuning, un sommesso ma efficace ritratto di una famiglia della classe media immersa in un contesto quotidiano rassicurante e prevedibile, d'un tratto stravolto dall'emergere delle frustrazioni e delle menzogne tra moglie e marito. Un film maturo, lucido e gradevole, viziato però da un unico difetto, quello cioè di rivelarsi all'occhio attento dello spettatore smaliziato, come un semplice e ben congegnato esercizio di stile. Il Rainer Werner Fassbinder Prize è andato invece ad un bellissimo film dell'irlandese Perry Ogden, Pavee Lackeen. Interamente girato in video, piacevolmente sospeso tra due stili in costante avvicinamento quali la pura fiction e il documentario di osservazione, il film (carico di echi neorealisti) narra di una famiglia di "pavee" (sorta di zingari irlandesi) ostinatamente attaccati ai residui del loro nomadismo (una roulotte nella periferia di una grande città) e incapaci di integrarsi.
Special Award of the Jury all'attrice Dorotheea Petre, splendida protagonista del film svizzero/rumeno Ryna, in cui l'autrice Ruxandra Zenide mescola con successo una narrazione spietatamente realistica alla poesia quasi felliniana dei sogni della giovane protagonista, che con rudezza si batte per l'emancipazione femminile nella poverissima Romania post-comunista. Tra le menzioni speciali da evidenziare quella assegnata all'iraniano naturalizzato americano Ramin Baharani per il film Man Push Cart, 87 minuti di puro cinema in cui le vicende di un immigrato pakistano (famoso cantante in patria ridottosi a vendere film porno e frittelle a Manhattan) aprono il nostro sguardo su una New York cupa e crepuscolare, complementare a quella violenta, e spesso stereotipata, proposta da tanto cinema d'oltre oceano.
"For its consistent cinematic language and exploration of post-war life", la giuria Internazionale della Critica (FIPRESCI) ha premiato Yazi Tura del regista turco Ugur Yucel, un intenso e al contempo frammentato ritratto della società turca contemporanea, incapace di riconciliarsi con il dramma della guerra in Kurdistan e con i suoi reduci.
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