Darren Aronofsky
Pi greco: Il teorema del…martirio
di Alessio Gradogna
Questione di schemi. Perchè qui si parla di logica, di matematica, di teoremi dimostrabili e inconfutabili. Qui si narra di scienza, e dell'essere umano, il quale dimentica le proprie fattezze di carne e sangue per inabissarsi nei meandri di una quête destinata a scivolare insormontabilmente nella follia. Alla caccia di un perchè, di un senso ultimo-risolutore-rivelatore, di un assunto entro il quale estrarre le viscere dell'andamento del mondo intero. Le stagioni, la caduta delle foglie, lo scorrere della vita, le pagine della Torah e i numeri della Borsa: nulla è per caso, tutto è dentro. Dentro al segreto nascosto nei numeri, al diamante grezzo da rintracciare nel terriccio ammuffito del cervello, all'approdo alla verità come trionfo di un'esistenza e di un'essenza altrimenti inutili, vacue, deplorevoli.
C'è chi ci ha già provato, per lustri, come Sol Robinson, anziano accademico in pensione, prima di mollare sul più bello, ad un passo dall'infinito, a pochi metri dalla porta attraverso la quale entrare nel mondo luccicante dell'enigma. E c'è chi ha scelto di rinunciare alla vita per morire nei numeri, come Maximilian Cohen, tatuandosi nel cranio lo scopo di una missione salvifica racchiusa in 216 cifre da confrontare e mescolare e rimestare, fino a scovare la visuale corretta per poter esclamare eureka, come fece qualcuno tanto tempo fa, ed entrare nella leggenda. La propria leggenda, la vittoria di un uomo solo contro se stesso, a combattere una guerra perduta in partenza contro un viscido nemico chiamato paranoia.
Il debutto di Darren Aronofsky, datato 1998, è un low budget che mira alla sperimentazione tecnico-visiva come corollario di una narrazione schizofrenica e frammentata, languida e difficile, supponente e ammorbante, suadente e disturbante. Un film che mira ad essere oggetto-cinema unico e originale pur aprendosi a svariate citazioni e influenze, raccogliendo il meglio dell'horror vacui cinematografico degli ultimi vent'anni per poi levigarlo e dare ad esso nuova forma, estraendone il succo e apprezzandone il gusto. Così in Pi greco c'è un po' di Lynch (il surrealismo metallico e la livida fotografia in bianco e nero di Eraserhead) e di Cronenberg (l'insana torsione celebrale di Videodrome o Scanners), c'è un po' di Nolan (un Memento meno metodico e più anarchico) e di Ferrara (la dipendenza metafisica di The Addiction), e la sfida della libertà espressiva di tanto (buon) cinema indipendente americano. E poi, soprattutto, Pi greco è un Pasto Nudo di burroughsiana memoria. Una sfida impossibile contro il potere occulto della scienza (così come per l'autore di St. Louis lo era per/contro la scrittura), destinata all'infatuazione e poi al fallimento. Una missione suicida in cui restano solo le droghe, come calmante e consolazione, affinché sia lenito il dolore per la straziante consapevolezza della propria inettitudine. Droghe enunciate, enumerate, accarezzate, reiterate, in una coazione a ripetere anch'essa di burroughsiana derivazione, droghe come atto costitutivo di un'assuefazione tossicologica verso la divina (co)scienza dell'impossibile perfezione.
Infine, ma non ultimo, c'è il tema dell'ossessione, del perseguimento di un fine ultimo con cui sacrificare ogni mezzo e ogni spolvero di dignità, già visto nel recente e bellissimo The Prestige. Ma qui lo scontro da condurre fino al limite estremo di ogni vendetta non è contro un uomo in carne, bensì contro l'uomo in quanto tale, e la sua sprovveduta e insostenibile limitatezza intellettiva. Perchè il segreto c'è, è qui, davanti a Cohen, egli lo vede scorrere, ovunque e in qualsiasi momento, lo vede fluttuare davanti a sé e, pur muovendo le mani, non riesce a coglierlo, ad afferrarlo, a capirlo. E prova, tenta, prova ancora. Fino alla pazzia, fino al dissanguamento fisico ed emotivo, fino alla morte, se necessario. Aronofsky non osa però fino in fondo, e concede al suo anti-eroe un'ultima possibilità per uscire da questo circolo buio, prima dell'annientamento definitivo. Riemergere dalle torbide acque dell'insania per riscoprirsi uomo normale, e per poter ricominciare ad apprezzare la bellezza di un parco all'aperto e di un viso di bimba.
Ma Cohen, nel consolatorio epilogo, in cui la luce filtra dalle foglie come spiraglio del futuro che verrà, abbandona davvero il suo delirio, o per meglio dire il suo martirio, o è solo un'illusione? Chissà... forse lo deciderà dopo, una volta terminati i titoli di coda. Sarà una sua scelta, un suo diritto, il suo testamento. Altrimenti, resterà un ultimo assunto matematico da comporre: 3,14, pi greco, la cifra dell'eterno oblio.
PI GRECO: IL TEOREMA DEL…MARTIRIO
(USA, 1998)
Regia
Darren Aronofsky
Sceneggiatura
Darren Aronofsky
Montaggio
Oren Sarch
Fotografia
Matthew Libatique
Musica
Clint Mansell
Durata
90 min