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Silenzio. Lasciar fluire le immagini, escludere l'esterno, ovattare la mente, dimenticare il respiro. Perdersi negli universi paralleli, scavare fuori il cervello, aprire le porte di mondi sconosciuti e terribili, sfiorare senza battito del cuore labirinti bui entro cui cancellare la memoria di un'essenza immateriale e inconoscibile. Soffocare in una lugubre camera rossa, e baciare la chiave con cui aprire la magica scatola del dopo, del quando, del poi, del mai e dell'infinito. Nell'incubo di un mostro che appare dietro l'angolo, esattamente dove e come sapevamo già che sarebbe apparso. Eppure sussultare e tremare lo stesso, perchè anche se l'infinito è qui, anche ne conosciamo le fattezze, è troppo spaventoso per essere sopportabile. L'orrore ha mille facce mutevoli e cangianti, e discendere nel gorgo significa cadere in un vuoto infernale senza pietà alcuna, perchè il Male non ha anima.
Mulholland Drive, un volo impudente e scheggiato, in equilibrio verso la distruzione e al contempo la glorificazione del cinema, oggetto mistificante e aleatorio, messianico e ontologico. L'essere in quanto tale, con la sua specificità. E poi l'esatto opposto. Senza più memoria, senza più identità. Una fanciulla in cerca di sé, coinvolta in un incidente che la priva di qualsivoglia connotazione autonoma. Un'altra fanciulla in cerca di un domani, all'inseguimento di un sogno hollywoodiano dal quale scaturire scintille e lacrime di sangue. Una storia d'amore, che s'innalza ai vertici del romanticismo filmico, in una piccola sala di un piccolo teatro, sciogliendo la propria forza mentre un Angelo canta Llorando, tenendosi per mano e permettendo al pianto purificatorio di sgorgare libero come una sorgente di acqua pura. Una storia d'intenso erotismo, due bocche che si sfiorano, il corpo virginale di Naomi Watts e il corpo denso e lascivo di Laura Harring, due donne che si fondono in un'overdose di sensazioni tattili, gustative, frementi, voluttuose, umide, orgasmiche. E infine (e prima, e dopo) l'orrore, la morte, il disconoscimento del sé, un mondo che entra dentro altri mondi, fino all'annientamento di ogni sintassi narrativa a vantaggio della più completa e surrealistica associazione di idee, immagini, atti, eventi, cause e concause, ritorni e sparizioni, resurrezioni e dissolvimenti.
Mulholland Drive è la luna semi-oscurata da cui filtra ancora un piccolo raggio di luce prima dell'eclisse totale e definitiva di Inland Empire. È l'ingigantimento retroattivo del folle microcosmo di Twin Peaks. È il contraltare delle strade vivaci e profumate d'erba appena tagliata ne Una storia vera. È ciò che si nasconde dentro (e intorno) all'orecchio mozzato di Velluto blu. È un viaggio oppiaceo che espande il delirio di Fuoco cammina con me. Lynch scava, dissemina, gioca, urla, si nasconde sotto le coperte. Noi con lui. Ferisce il cinema a coltellate secche, ma lo lascia ancora lì, in terra, agonizzante, prima di ucciderlo del tutto con Inland Empire. Tenta l'impossibile, decodificare l'incubo e fonderlo con il mondo terreno. E ci riesce. In quella strada buia di inizio film, prima dello scontro in cui la Harring smarrirà la propria coscienza, siamo consapevoli di godere degli ultimi istanti in cui ricordare il nostro mondo, come lo avevamo vissuto e creduto e disegnato fino ad ora. Poi, velocemente, senza il tempo di rendercene conto, siamo risucchiati nel Nero. Ne usciamo dopo 140 minuti, ebeti. La suzione ha avuto buon esito. L'attrice bionda dai lineamenti innocenti in cerca di gloria, la lady vamp senza più memoria, il mistero che le circonda. Il corpo morto in quella camera buia. I due vecchietti che ridono e saltano all'interno della scatola magica. Gli ultimi trenta minuti in cui ogni persona è se stessa e il suo doppio e un'altra e un'altra ancora. Non conta più. Siamo rimasti così, afflosciati, come zombi senza più intelligenza. Lynch ci ha estratto la materia grigia e l'ha gettata con indifferenza chissà dove. Eppure, nell'intorpidimento e nell'instupidimento, ci resta un unico pensiero che nasce e cresce e non se ne va: la consapevolezza di aver vissuto un'esperienza cinematografica straordinaria. In cui abbiamo sofferto, abbiamo pianto, abbiamo urlato di paura primordiale, abbiamo visto l'amore, ci siamo eccitati, ci siamo perduti. E dopo tutto questo vaghiamo così, nella nebbia indifferente, nella polvere senza confini, nelle stelle cadute dal cielo. Siamo (forse) sopravvissuti, abbiamo respirato, pur agonizzanti, ancora per un po', prima di essere definitivamente smembrati con (da) Inland Empire.
Ma possiamo pur sempre riavvolgere il nastro: non è finita qui, o forse non è mai iniziata, o forse chissà. Nella nostra anima, ormai distaccata dall'involucro di carne e avviluppata nel caos cosmico, c'è una voce sinuosa e disperata che sta per cantare di nuovo Llorando in un piccolo teatro permeato da luci soffuse. Ascoltiamola, senza disturbare, senza parlare. Così, dolcemente, tenendoci per mano. Ecco, inizia la canzone. E allora, silenzio.
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