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Con La città delle donne Fellini pare ripensare il proprio percorso estetico-formale e il proprio universo poetico riconfigurandoli nel segno del fiaccamento della propria soggettività d'artista (maschile), della sterilità e della frustrazione del relativo procedimento creativo. Momento particolarmente intenso sul piano dell'autoriflessività, il film si pone in maniera dialettica, autolesionista e demistificatoria, con le opere precedenti dell'autore. Come protagonista troviamo un Mastroianni invecchiato, riconoscibile caricatura dell'immagine di se stesso in 8 1/2, intento in un viaggio all'interno di un universo onirico dedicato ad un'alterità tanto pregnante all'interno della poetica felliniana, un'alterità in più occasioni presentata quale vitalistica risorsa di stupore e di turbamento e luogo privilegiato di simbolizzazione dell'ipertrofia della messa in scena felliniana: la donna appunto.
Già un'opera precedente, Casanova, era stata dedicata dall'autore alla sublimazione del proprio immaginario erotico. L'immagine che della donna lì emergeva, per quanto parossistica, eversiva, anomala e viscerale, per quanto opposta alla stasi emotiva della sessualità d'automa del protagonista, era un'immagine mentale, fantastica ed irreale, stante la relativa disinvoltura delle donne ritratte nel concedersi al più fatuo dei maschilisti; a confermare questa ipotesi è l'impianto rigorosamente e programmaticamente estetizzante dell'intera operazione, quasi una soddisfazione virtuale e fittizia dell'appetito d'estasi visiva dell'autore.
La città delle donne risponde all'universo poetico e formale di Casanova, distanziandovisi con tutta l'ironia del caso, sconvolgendone gli assunti con furia ludica eversiva. Stravolta appare innanzitutto l'immagine della donna; lungi dal costituire oggetto di sottomissione al proprio ineccepibile e solipsistico progetto estetico, diviene ora luogo del caos, elemento centrale di propagazione del caos all'i! nterno della composizione; la donna si farà così soggettività ribelle e minacciosa, giudicante e inaccessibile, e l'esperienza sessuale del protagonista maschile sarà un'esperienza frustrata e persecutoria, marchiata sotto il segno del grottesco e della mediocrità. L'ingovernabilità dell'universo femminile presentato si rivela poi conforme all'inidoneità da parte del protagonista a comprendere e a dominare le improbabili situazioni narrative all'interno delle quali si ritroverà immerso; di qui l'enucleazione tematica della vecchiaia, del senso di stanchezza e di vacuità dell'esistenza, operanti sia a livello di contenuto e tonalità sentimentale del film, sia a livello di messa in scena; l'incapacità ad afferrare la realtà esterna si fa così impossibilità di trasfigurarla in senso estetizzante e l'autore opterà per soluzioni espressive manieristiche, depurate di un ordine compositivo che possa garantire una piena, tonica ed estatica fruizione dell'opera da parte dello spettatore: caricatura, implosione e eccesso delle coordinate sensorie di riferimento assumono qui tratti tanto ridondanti e selvaggiamente caotici da sconfinare nello stomachevole, nel gratuito, nell'incolore; l'immaginario erotico presentato, specialmente nella sequenza memoriale dello scivolo, pare in tanta disgustante esplicitezza sciorinato senza freni inibitori; netto ancora lo scarto rispetto a Casanova; alla dimensione terrea, carnale, di pienezza e di densità di un inno tanto eversivo al desiderio e alla potenza dell'immaginario del maschio (laddove a spingere la messa in scena in una direzione tanto produttiva, fantasmagorica e sfavillante erano la tensione erotica maschile dell'autore o la relativa sublimazione) si sostituiscono ora vuoto, spreco e sterilità di un'emulsione espressiva tanto logorante.
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