Jean Renoir
Une partie de campagne
di Marco Cubeddu
"Une partie de campagne" è un piccolo capolavoro di impressionismo incompiuto.
Delicato, bucolico, garbato.
C'è il naturalismo profondo di Maupassant in questo piccolo gioiello cinematografico.
L'erba, i fiori, l'amore e una finale malinconia.
Nella cui incompiutezza è trattenuto un rimanente velo misterico.
Renoir scivola nel film con profondità e leggerezza, come la iole sul fiume.
Azioni e reazioni vanno oltre il contrappunto, e i normali risvolti comportamentali discendono negli stati emotivi dell'anima nella frustrazione dell'aspettativa.
Pulsioni perverse e brutali scorrono sulle acque del fiume, assieme alle ossessioni della vita moderna agli archetipi, agli stereotipi.
Nei gesti sensuali di Henri mentre rema, nelle sigarette che snuvolano nel cielo incerto, nell'ondosa perdizione dell'altalena.
Il dialogo sul gusto del pesce lascia già intravedere la campagna assediata dai cittadini e dall'industria della città.
Lo stupore, l'innocenza cittadina che ha perso il contatto (nell'abulia della vita moderna) con la vita e le tumultuanti passioni, viene a contatto con la malizia e le macchinazioni dei "puri" uomini abituati alla campagna.
Ma la seducente e movimentata campagna non dimentica la sua calma.
Come Titiro e Melibeo, Henri e Rodolphe si interrogano se non sia meglio star comodi sull'erba, a fumare e godere delle bucoliche bellezze immote, placide, quiete.
L'essenza ultima del film sta in quella "specie di tenerezza per tutto", nel sentirsi "tutta strana" di Henriette.
L'altalena è l'altalena emotiva che trascina (in questo caso le donne del film) nel sussultuante mondo dell'attrazione, nel gioco del fiume che scorre (la vita), mentre gli uomini borghesi pescano statici e riposano (prima Dufour poi Anatole) senza prestare attenzione, senza capire, senza cogliere, aspettative e desideri.
C'è una sequenza di "Scrooge, la più bella storia di Dickens" in cui una canzone vellutata, molle, rende speciali scene ordinarie da film di genere.
Attraverso l'amalgama del musical, la delicatezza della semplice "felicità" trapunta di malinconia e di appagamento.
L'amore è quel senso di straniamento che Renoir descrive per bocca di Henriette, è quella canzone e quelle scene tanto banali da essere ispirate, delicate.
Saba nella poesia "Amai" dice pressappoco la stessa cosa: "m'incantò la rima fiore amore,
la più antica e difficile del mondo...".
Le delicatezze del paesaggio, la faciloneria ciarliera e cinguettante di Juliette, il comico duetto alla Stanlio e Ollio di Dufour e Anatole che nella fisicità e nel linguaggio ricordano l'accidia pasticciona di Crick e Crock.
Tutto concorre, scorre.
Eppure è una comicità greve ed effimera come il clima, che suscita un brivido lungo la schiena, e accompagna la città e la campagna in uno scintillio fluviale.
Garbato, lineare, quieto, l'atmosfera di ciliegie e iole, di inoffensive truffe di pesce, di aspettative, non appesantisce mai la fruizione.
La sottile fumigante attesa, calma, lascia che ribolla, lascia andare, fa pescare e intravedere, nel passo sospeso di Melibeo, la pausa l'emozione che sgorga assieme ai repentini mutamenti, cielo cumulo nembi;
pioggia e violento sciamestio del vento.
Domande fondamentali, andare o restare...e poi tornare.
"La ronde" di Ophuls mostra gli stessi gesti guantati.
L'euforia della gita, l'arcadico paesaggio fondono con le frustrazioni dell'uomo moderno.
È nella pausa, nell'attesa nel passo sospeso che lega Titiro a Melibeo, in quella eternità d'istante di vapor quiescente la bellezza struggente del film.
UNE PARTIE DE CAMPAGNE
(Francia , 1936)
Regia
Jean Renoir
Sceneggiatura
Jean Renoir
Montaggio
Marguerite Renoir, Marinette Cadix
Fotografia
Claude Renoir, Eli Lotar, Jean Bourgoin
Musica
Joseph Kosma
Durata
40 min