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L'esordio nel lungometraggio di Michel Gondry, celebrato regista di videoclip, è sotto il segno di Charlie Kaufman e Spike Jones, la temibile coppia del fortunato Essere John Malkovich (1999). Kaufman, infatti, firma la sceneggiatura di Human Nature, mentre Jones ne è il produttore. Una formazione che è già di per sé una dichiarazione d'intenti. I primi passi del francese Gondry, dunque, avvengono sotto la benedizione di una "cordata" che vuole fare dell'innovazione, dell'anticonformismo e della provocazione i propri tratti distintivi. Un progetto programmaticamente "scandaloso", ma in realtà freddamente studiato a tavolino. Ne viene fuori un libello apparentemente antiprogressista, tutto giocato sull'eterno dualismo natura-civiltà.
Lila (Patricia Acquette) è una donna afflitta da un irsutismo congenito che si re-inventa come scrittrice di pamphlet che predicano la necessità di un ritorno alla natura. S'innamora di Nathan (Tim Robbins), uno psichiatra complessato, represso dalla rigida e cieca educazione della madre adottiva. I due, durante una gita nei boschi, s'imbattono in un misterioso uomo scimmia (Rhys Ifans), vissuto sin da piccolo allo stato brado. Ecco che il sogno di Nathan può avverarsi: applicare a un uomo i suoi studi sull'insegnamento delle buone maniere agli animali e, in questo modo, trasformare un selvaggio in un perfetto gentleman. L'esperimento sembra riuscire, ma le teorie di Nathan non tengono conto dell'irriducibilità degli istinti umani e della casualità degli sconvolgimenti che essi comportano.
L'intento è quello di fare a pezzi tanto la fede cieca nella scienza e nella civiltà, quanto il mito del buon selvaggio e del ritorno alla natura, ormai impossibile per un'umanità incapace di vivere in maniera libera e piena il rapporto con il proprio corpo e le proprie sensazioni. Un tema in fondo risaputo (molti hanno citato Il ragazzo selvaggio di Truffaut), a cui Human Nature non aggiunge molto. Citare Malick sull'argomento sarebbe inutile. Ma lo script, seppur meno cervellotico e originale degli altri lavori di Kaufman, è comunque un meccanismo ad orologeria, che pretende di darsi come verità nella sua stessa gelida evidenza. Ecco la questione interessante: capire quanto il cerebralismo provocatorio di Kaufman influisca sul risultato complessivo. Perché, non a caso, le sue sceneggiature hanno l'ambizione di elevarsi a regia "occulta", come è evidente nel cinema di Spike Jones (soprattutto nell'insopportabile Il ladro di orchidee), che non riesce mai a vivere di una dimensione propria, aldilà di quella scritta. In altri termini, il problema fondamentale è capire quale spazio di libertà riesca a ritagliarsi la regia di Gondry. Una regia che, come appare dall'esperienza nei vidoeclip e dai film successivi, trova nel registro fantastico e surrealista la sua cifra stilistica peculiare. E Gondry prova a lavorare ai fianchi del testo di Kaufman. Il talento visivo del regista cerca la sua strada nell'uso personalissimo delle scenografie, dal bianco monotono del limbo post mortem in cui Nathan è costretto a raccontare sempre la stessa storia, al kitsch asettico del laboratorio, dove le enormi scritte luminose, utilizzate per insegnare le buone maniere a Puff, si tingono di una dimensione psichedelica, accentuando la valenza "drogata", e quindi innaturale, della sua rieducazione. E, allo stesso modo, gli interni ingessati e perbenisti della casa dei genitori di Nathan (tra cui il grande Robert Forster), nonché l'irrealtà favolistica e disneyana della natura, rimandano alla falsità di entrambi i mondi. La dimensione visiva cerca di liberarsi dalle pastoie della scrittura, così come l'insistita volontà di mantenere un tono ironico e sognante (i ricordi che diventano teneri e imbarazzanti filmini familiari) prova ad attenuare l'intellettualismo di Kaufman.
I segni d'originalità ci sono, ma, perché siano espressi appieno, bisognerà attendere il successivo Se mi lasci ti cancello (nonostante Kaufman!) e soprattutto l'ultimo L'arte del sogno, dove il surrealismo di Gondry diviene proiezione di un mondo interiore, magicamente alieno. Ed è proprio alla luce del suo cinema successivo, che si capisce ciò che più preme a Gondry in Human Nature. Quei personaggi (Lila in particolare) che vivono un senso di "non appartenenza", d'irriducibilità a una realtà conformista, che cercano di rimodellare sui propri sogni. Amando invano e fallendo teneramente…
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