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L'Arte del sogno. L'Arte nel sogno. Un viaggio sulle nuvole che fluttua libero nell'aria per poi cadere ad ali aperte nel precipizio della disperazione. Un'epifania che dissolve una vita piatta e monotona, povera e infelice, in una mattina in cui si può, per una volta, rompere le barriere e dare libero sfogo ad un desiderio troppo a lungo represso, correndo lontano dalla grigia quotidianità per assaporare il sensuale sapore dell'avventura. Una mattina uggiosa in cui dal nulla appare una Beatrice stramba e svampita, con i capelli colorati e il sorriso perfetto che si aspettava da una vita. Un regalo del destino grazie al quale ogni giorno si copre di una luce nuova, disseminata nei colori variopinti di quei capelli che sfumano le tonalità di un immaginifico arcobaleno, cavalcando le stelle di una felicità mai provata fino ad allora. Per poi però, gradualmente, ridiscendere i gradini della realtà, nei meandri delle difficoltà acuite dal tempo, accorgendosi che quella luce svanisce inesorabilmente, fino al punto di voler eliminare tutto ciò che riguarda Lei, ciò che è stato e ciò che (non) sarebbe potuto essere. Perfino i ricordi, i tanti e bellissimi e impossibili e tremendi ricordi, da tagliare come un cordone ombelicale che altrimenti impedisce il ritorno ad uno stato larvale in cui poter essere maggiormente protetti dalle sofferenze della vita. Rimembranze da oscurare e lasciar svanire, per sopravvivere. Salvo poi accorgersi che forse esse, dopotutto, ci appartengono, come fantasmi danzanti che fanno paura ma che hanno comunque il diritto e il dovere di restare lì, per sempre, nella nostra coscienza.
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (rifiuto categorico a chiamarlo con l'insulsa traduzione italiana) è un meraviglioso e lacerante viaggio nelle strade dell'amore e del dolore, della felicità e del pianto, nella consistenza multiforme di due anime tanto opposte quanto similari, capaci di fondersi insieme e poi odiarsi e poi perdersi e poi rimpiangersi e poi di nuovo ritrovarsi. Un film che fa male, che tocca gli interstizi più profondi del cuore, che permette un coinvolgimento mentale (finanche fisico) con la materia narrata, riuscendo a convogliare molteplici sentimenti e a trasmettere infinite particelle d'emozione. Ci si perde, senza sforzo, nei colori e nella fanciullesca testardaggine di una mai così bella Kate Winslet, e nel volto disfatto di un (ancora una volta) eccellente Jim Carrey (che qui dimostra, di nuovo, le sue straordinarie, e mai sfruttate fino in fondo, potenzialità di attore drammatico). Non si resta indifferenti nemmeno nei confronti dei personaggi secondari (la sensuale e infelice Kirsten Dunst, il confusionario Mark Ruffalo, il ragazzino cresciuto troppo in fretta Elijah Wood), e ci si trova di minuto in minuto ad adorare e confutare e detestare la sorprendente sceneggiatura (premiata con l'Oscar) di quell'imprevedibile folletto di Charlie Kaufman. A dirigere il tutto l'emergente Gondry, che ha un'idea di cinema, di rappresentazione delle storie, di linguaggio filmico ben chiara in testa, e non ha alcun timore di metterla in scena con la più disarmante genuinità. Per Gondry dovremmo semplicemente chiudere gli occhi e lasciarci cullare dal sonno, inesorabilmente comprensivo della gotica bellezza dell'incubo. Un'antinomìa filmica che attua l'immarcescibile commistione tra gioia e dolore, la quale altro non è se non vita.
Eternal Sunshine va visto, rivisto e conservato con cura. E pazienza se fa male. Ne vale la pena. Per rimanere comunque ammaliati da quel motivetto di Jon Brion che sembra cadenzare le fattezze stesse dell'amore. E per non scordarsi più i modi sbarazzini dell'arcobaleno Clementine-Winslet e lo smarrimento dolcemente ebete di Joel-Carrey. Un film che è pura catarsi, invariabilmente destinato a lasciar partire il rewind della nostra vita fino ad arrivare a immagini e volti di un amore che senz'altro anche noi abbiamo perduto, ma che non sarebbe giusto cancellare per sempre. Un film che è anche un monito, che insegna a volerci bene senza pensare al dopo. Cento minuti in cui, contrariamente a quanto accade per la maggior parte dei prodotti filmici oggi in circolazione, derivati da (e per) puro entertainment, non bisogna staccare la spina, ma all'opposto riattaccarla, per riflettere su ciò che abbiamo fatto, che abbiamo provato, che abbiamo sbagliato.
È l'eterna alba dell'amore, in cui scavare con forza nel ventre della nostra spotless mind per (ri)trovare la luce. Senza mai dimenticare ciò che è stato, ma conservando immagini, volti, lacrime e sorrisi che sono parte di noi. Come fosse un sogno, ad occhi aperti.
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