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Classe 1970, Christopher Nolan si annovera nel numero dei nuovi talenti del cinema statunitense distinguendosi per la complessità della materia trattata e per una cifra stilistica elegante e attenta che lo rende una delle personalità più interessanti dell'intero panorama cinematografico.
Se la sua opera (peraltro non molto copiosa, considerati i cinque film in dieci anni di attività) da un lato guarda alle atmosfere noir del maestro Hitchcock, dall'altro il suo modello più evidente (quasi dichiarato nella sua opera prima, Following) è Orson Welles. Dal regista inglese che amava svelare e riflettere nei suoi lavori sui più tortuosi meandri della mente - creando un solidissimo binomio tra potere e disagio psicologico ed esistenziale -, i personaggi di Nolan hanno ereditato un carattere disturbato e tormentato che li rende, anche, incredibilmente wellesiani, seppur in un'accezione moderna del termine. Nel senso che soffrono di una sofferenza più moderna, spesso legata a manifestazioni fisiche del disagio, che si concreta in vere e proprie patologie, siano esse l'amnesia del protagonista di Memento, o l'insonnia di quello di Insomnia.
Soggetto non originale, (si tratta, infatti, di una rivisitazione di un soggetto norvegese del 1997, scritto da Nikolaj Frobenius ed Erik Skjoldbjaerg e diretto dallo stesso Skjoldbjaerg), messa da parte la semplice etichetta di poliziesco, Insomnia si presenta come un'opera abbastanza articolata che presuppone almeno due livelli d'interpretazione. Il primo, immediato e semplice, è quello del puro racconto di genere. Si tratta, infatti, di un avvincente poliziesco giocato su atmosfere soft e ritmo lento, e basato su di un intreccio narrativo preciso e puntuale, come nella migliore tradizione. Il secondo, più ambizioso, è quello dell'argomentazione morale, quasi una dimostrazione della tesi secondo cui il potere genera nell'uomo una sorta di stato di assuefazione che spesso lo induce a ritenersi onnipotente, precipitandolo nei più cupi recessi della malvagità, laddove questa non si concreta nella crudeltà fisica nei confronti di terzi, ma si manifesta in forme, più o meno celate, di autolesionismo. E poco importa che l'autodistruzione si manifesti, ad un livello fisico, in forme di accanimento contro la propria persona (vedi l'atto di incidere i propri ricordi sul corpo, compiuto nel rito di autotatuatura a valenza mnemonica di Leonard Shelby, protagonista di Memento), piuttosto che psicologico/cognitivo, come nel tentativo dell'agente Dormer (protagonista di Insomnia, magistralmente interpretato da un Al Pacino tollerabilmente sopra le righe) di rivedere e ridimensionare il mito che aleggia attorno alla sua figura di poliziotto integerrimo e incorruttibile alla luce di una crisi di coscienza scaturita dall'aver commesso un errore (o presunto tale), causa della morte del compagno di pattuglia (un colpo di pistola accidentalmente esploso durante l'inseguimento di un sospetto).
Proprio intorno a questo evento ruota l'intera vicenda. Per la prima volta, il detective Dormer si trova dalla parte sbagliata della sua realtà. Egli non è più solo colui che prova e attribuisce le colpe, ma è tragicamente un colpevole. Colpevole del più crudele dei delitti: l'omicidio di un amico. E tanto più colpevole in quanto, nell'(in)certezza dell'errore commesso, tenta di infangare le prove che denunciano la sua colpevolezza facendo ricadere i sospetti sul colpevole dell'omicidio per cui è stato chiamato ad indagare. Ad aumentare questa nuova sensazione di angoscia, contribuisce l'incondizionata ammirazione che la polizia locale nutre nei suoi confronti. Per quanto egli tenti di sottrarsi al ruolo di ideale e modello, i colleghi provinciali, vergini di fronte alla crudeltà delle metropoli corrotte, riconoscono in lui il poliziotto perfetto, evidenziando così tanto più dolorosamente la distanza tra l'immagine che negli anni Dormer ha elaborato di se stesso, e accuratamente coltivato nel tempo, e il nuovo se stesso con cui è costretto a misurarsi.
Da questo punto di vista, antagonista in senso pieno del termine, quasi una nemesi, è il personaggio interpretato da Robin Williams. Scrittore di gialli invaghito di un'adolescente di facili costumi, da lui assassinata (ancora una volta, per errore), Walter Finch, seppure solo nella finzione romanzesca, esercita lo stesso "mestiere" di Dormer: dispensa le colpe e punisce i colpevoli. Ancora una volta, dunque, l'illusione (quasi un delirio) di onnipotenza genera la convinzione di poter agire al di sopra delle leggi che regolano la comune morale, senza vincoli e senza limiti. Perché l'errore, sia pure fatale, non genera colpa. Almeno nella finzione letteraria di cui egli è arbitro. Privato della lucidità necessaria ad affrontare il caso, a causa della mancanza di sonno dovuta all'incapacità di riposare in assenza di buio (la vicenda è ambientata durante i lunghi mesi di luce perenne di una luminosissima Alaska), Dormer cede facilmente alla tentazione della via più semplice: la tentazione di auto-assolversi. Il personaggio interpretato da Williams, ad un'analisi più attenta, si svela non solo antagonista nella trama, ma specchio in cui Dormer si riflette e si scopre secondo le stesse modalità che legano Dorian Gray al suo ritratto: è l'immagine delle colpe di cui si è macchiato. Ed è proprio di fronte a questa improvvisa rivelazione, alla progressiva trasformazione cui sta soccombendo, da poliziotto modello a mostro che forza le regole ai limiti della legalità (il ricordo di un episodio non limpido del suo passato lo tormenta) pur di piegare la realtà a suo volere, che Dormer crolla. E così, abbandonando la presunzione di esser dispensatore di colpe e ammettendo la sua semplice condizione di tutore della legge, soggetto esso stesso ai suoi vincoli, Dormer recupererà la corretta prospettiva della vicenda, ammettendo le sue colpe ed espiandole, recuperando il sonno perduto, lasciando cadere le palpebre per riconquistare il diritto al riposo, il diritto al tramonto di quel sole che letteralmente gli feriva gli occhi, in una realtà appiattita e falsata da una luce bianca e prepotente. Accecante.
Dormer non riesce a trovare riposo soprattutto perché ha preteso di veder troppo in là, sovresponendosi ad una luce (quella fisica dell'Alaska e quella emotiva dell'immagine di perfezione che ha di sé) che falsa le prospettive. Nel delirio tipico di chi si innalza a modello e crede di essere chiamato a migliorare il mondo, egli ha caricato se stesso del peso d'ogni colpa e dell'onere d'ogni salvezza, saturando la sua mente di immagini insostenibili e paralizzando così il suo sguardo, non solo fisicamente ma anche nel senso di una corretta percezione della realtà. L'insonnia del titolo diventa, dunque, molto più che il sintomo di un semplice disagio fisico: è l'immagine stessa dell'inabilità a percepire la realtà laddove al posto dell'uomo vi sia la sua immagine, aleggiante il mito dell'infallibilità.
Più che mai, in tal caso, valgono le parole di Goya: il sonno della ragione genera mostri.
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