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Leonard, giovane investigatore assicurativo di San Francisco, è vittima di un'aggressione domestica in cui la moglie perde la vita. Lui se la cava, si fa per dire, con un trauma che gli causa uno stato di amnesia anterograda: benché conservi intatta la propria memoria fino al momento dell'"incidente", diviene assolutamente incapace di assimilare nuovi ricordi per più di qualche minuto. Gli effetti sono quindi di duplice natura: da un lato non ricorda persone, luoghi ed oggetti visti magari decine di volte (dopo l'aggressione); dall'altro è fin troppo presente il ricordo della moglie morta, giacché l'impossibilità di coltivare la propria memoria fa sì che il dramma gli paia, costantemente, non più vecchio di cinque/dieci minuti ("Come posso guarire, se non riesco a sentire il tempo?", si chiede ad un certo punto). Proprio l'ossessivo ricorrere del lutto lo spinge a tentare di dare un senso alle sue azioni cercando di risalire all'assassino della donna per vendicarla. E perché il suo "disturbo" non renda inattuabile il piano, ha sviluppato con il tempo un sistema per mantenere e richiamare le informazioni di volta in volta acquisite basato su fotografie, appunti e tatuaggi.
Dougal è un ragazzo affetto da una rara forma di necrosi progressiva delle cellule, ciò che pare destinare i suoi organi ad un rapido decadimento della loro funzionalità. Per "curarlo", il padre - abilissimo chirurgo - decide di sacrificare Johnny, l'odiato fratellastro sordomuto di Dougal, riducendolo ad una riserva di organi cui attingere quando se ne presenti la necessità. Così a Johnny vengono amputate via via le gambe, un rene, un polmone, che vengono quindi trapiantati a Dougal.
Cos'ha in comune la trama di Memento con la seconda storia, che altro non è se non la vicenda al centro di un albo di Dylan Dog (Johnny Freak, n. 81), poi rievocata in quello che ne è il sequel (Il cuore di Johnny, n. 127)? Apparentemente nulla, però… Però nel secondo dei due albi scopriamo che Dougal teneva un diario su cui annotava le operazioni cui il padre lo sottoponeva: "Amputate entrambe le gambe. […] Io e le mie gambe. Se mi taglieranno le braccia, dirò 'Io e le mie braccia'. Se di me resteranno solo la testa e il cuore, che cosa dirò? 'Io e il mio cuore' o 'Io e la mia testa'?... Chi sono io? Sono la mia mente o il mio cuore?" Si pone quindi, seppure in forma problematica, l'equazione identità-corpo. Un'idea analoga è presente nel film, in cui troviamo un altro personaggio che ha subito la perdita di una parte di sé (sebbene non sia una perdita concreta) e cerca, stavolta facendo tutto da solo, di recuperarla. La differenza tra i due casi è che la sua forma di amnesia impedisce a Leonard di sviluppare una coscienza durevole di sé: mentre per Dougal resiste la memoria del corpo (egli sa, e in qualsiasi momento potrà rendersi conto, che alcuni dei suoi organi non sono veramente suoi), Leonard deve accontentarsi di una memoria che, tramite i tatuaggi, è il suo corpo. La limitazione è evidente: la mancanza di memoria a breve rende il protagonista incapace di comprendere il senso delle sue stesse azioni (talvolta, e tanto di cappello a Nolan, anche con effetti comici: si veda la scena dell'inseguimento a piedi in cui, inizialmente, Leonard non ricorda se è l'inseguitore o l'inseguito). Se definiamo, e non mi sembra azzardato farlo, l'intelligenza anche come la capacità di sviluppare una prospettiva esterna su noi stessi - o meglio di creare ai nostri occhi un simulacro del sé -, Leonard è un essere stupido. Non a caso, è ridotto ad agire seguendo lo stimolo rappresentato da quel fattore spesso posto in antitesi rispetto all'intelligenza: l'istinto (e se ne vanta anche, quando al telefono paragona il proprio caso a quello di Sammy Jankis).
La stessa pulsione verso la vendetta acquisisce una caratteristica istintuale, come comprendiamo ben presto: nel bar, di fronte a Natalie che gli fa notare come, una volta portata a termine la vendetta, Leonard potrebbe dimenticarsene, egli le assicura che non accadrà, magari perché farà una foto al cadavere di John G., o perché si farà fare un altro tatuaggio per ricordare…Ma alla fine del film una delle rivelazioni è che Leonard forse ha già trovato e ucciso John G., e si è anche fatto fotografare felice dopo l'omicidio. Eppure l'ha dimenticato, per poi, di conseguenza, ricominciare una caccia ciclica che possiamo presumere potenzialmente senza fine. Certo, in quella determinata occasione il protagonista non ha messo in pratica in maniera accurata il suo "sistema" di appunti (una volta ucciso John G. - posto che l'abbia davvero fatto - Leonard avrebbe almeno dovuto scriverlo sulla foto che gli ha scattato Teddy); ma siamo certi che, quand'anche l'avesse fatto, si sarebbe poi convinto della cosa? Non è piuttosto ipotizzabile che l'istinto l'avrebbe condotto a perpetuare la sua caccia? D'altra parte, una volta ucciso Jimmy, Leonard decide coscientemente che ci dev'essere una prossima vittima e che questa sarà Teddy, e a questo scopo distrugge le prove del precedente omicidio, bruciando le foto che ritraggono lui e il cadavere di Jimmy. A monte di tutto, quindi, c'è l'idea che Leonard metta quel po' di elaborazione conscia che gli è concessa dalla sua condizione al servizio del piano di vendetta, con il risultato di auto-ingannarsi consapevolmente. Il Leonard che prende nota del numero di targa di Teddy, attribuendolo a John G., manipola il se stesso "successivo", quello che deve "credere in un mondo fuori dalla mia mente. Devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che quando chiudo gli occhi il mondo continua a esserci".
L'attribuzione di senso è quindi lo strumento che il Leonard manipolato crede di poter usare per proiettarsi al di fuori di sé e del suo limitato corpo-memoria, di quell'iterativa struttura circolare (fabbricazione/ritrovamento degli indizi - indagine - scoperta dell'identità di John G. - suo assassinio - fabbricazione di altri indizi, ecc.) da cui in realtà non può liberarsi. Non può, perché al suo processo di elaborazione manca l'elemento che è diventato per lui inconoscibile: la percezione del tempo. Allo stesso modo in cui può guidare ad occhi chiusi solo per qualche secondo, poiché altrimenti andrebbe a schiantarsi (e per lui il mondo smetterebbe di esserci nel senso più assoluto), così può credere di compiere liberamente delle scelte lungo il percorso, esercitando quindi la sua intelligenza, solo per minime, finite unità di tempo. Ogni cinque minuti circa, dunque, il mondo smette di esistere, si riavvolge su se stesso e Leonard di conseguenza non potrà (ma nemmeno vorrà, in effetti) ricordare di essersi auto-manipolato. Si ritroverà solo con il suo corpo, più gli appunti e le fotografie, che in questo senso ne sono semplicemente un'estensione; e, a guidarlo, quell'istinto che lui ha incanalato in una determinata direzione nel momento in cui forse ha davvero potuto/dovuto fare i conti con la sua condizione (dopo l'omicidio di Jimmy).
Il numero di punti interrogativi e di "forse" sparsi nelle righe precedenti sono la naturale conseguenza di un puzzle che, una volta messi sul tavolo tutti i pezzi che Nolan vuole fornire allo spettatore, si dimostra ancora largamente incompleto. Dire che la stessa storia, se raccontata secondo lo svolgersi cronologico degli eventi, sarebbe banale e noiosa è un'affermazione non solo altrettanto banale, ma che soprattutto non centra il punto della questione. Che il pubblico giunga a fine film chiedendosi chi è davvero John G. e se Leonard riuscirà a portare a termine la sua vendetta non è ciò che più sta a cuore al regista. Ancora, si farebbe torto a Nolan pensando che il film sia un esercizio di virtuosismo fine a se stesso. La particolare struttura - una linea narrativa principale a colori costruita a ritroso, con micro-sequenze che durano quanto la capacità di memoria di Leonard, ed una apparentemente secondaria in b/n che invece scorre "in avanti" - è infatti estremamente funzionale a quello che pare essere lo scopo dell'autore: costringere lo spettatore a compiere un processo analogo a quello del protagonista, ricostruendo la vicenda pezzo dopo pezzo, ma negandogli fino alla fine la possibilità di ottenere una visione d'insieme del quadro. I buchi e le incongruenze disseminati qua e là fanno quindi sì che al termine del film il pubblico faccia propria la stessa incertezza di cui prende coscienza Leonard: quella sul suo passato.
Se il fatto che al protagonista sia preclusa la possibilità di un futuro è la conseguenza diretta del trauma subito e quindi l'assunto di partenza della pellicola, i dubbi che emergono alla fine sul passato rappresentano il vero colpo di scena. La moglie di Leonard è davvero morta a causa dell'aggressione? O non è piuttosto sopravvissuta per morire in seguito, a causa di un'overdose da insulina che le avrebbe causato, senza accorgersene, lo stesso marito? E dunque, la storia che il protagonista racconta al telefono è davvero quella di un tale Sammy Jankis? O non è piuttosto la sua, quella di un uomo che non può ricordare compiutamente la morte della moglie perché successiva all'insorgere dell'amnesia anterograda? A parte le parole di Teddy nel finale del film, vi sono dei flash - alcuni dei quali mostrati ben prima - che corroborerebbero questa seconda ipotesi. A casa di Natalie, mentre Leonard giocherella con il telecomando della tv, ci viene proposta la fuggevole immagine di una mano che prepara una siringa, con una figura femminile sullo sfondo: è la signora Jankis o la moglie di Leonard? Ancora più esplicita nel confondere le acque è l'immagine, a dire il vero quasi impercettibile nella sua brevità, che si dà qualche minuto dopo, quando il protagonista rievoca la parte finale della storia di Sammy: vediamo quest'ultimo in manicomio, seduto su una sedia; una figura indistinta passa davanti a lui, coprendolo alla nostra vista, e quando è passata ecco che al posto di Sammy c'è Leonard. Certo, anche quest'ultimo potrebbe essere finito in una clinica dopo il trauma (il sito ufficiale del film, www.otnemem.com è piuttosto esplicito al riguardo), ma perché porre quel flash, grazie al montaggio, in relazione tanto stretta con la storia di Sammy?
Si può scegliere di credere ad una verità come all'altra, ed è un ulteriore esempio di come Nolan riesca a mettere lo spettatore al livello del protagonista: come Leonard si deve auto-ingannare, scegliere di seguire certi indizi e di scartarne altri per illudersi di dare un senso alle sue azioni, così noi dobbiamo scegliere a quali parole e a quali immagini credere. Tanto nessuna possibile verità risulterà completamente soddisfacente, né spiegherà tutto: come interpretare, ad esempio, l'immagine assolutamente incongrua in sé di Leonard a letto con la moglie e il tatuaggio sul petto "I've done it"? Si tratta evidentemente di un falso ricordo, o di un'invenzione: qualcosa, in ogni caso, che non fa che spargere ulteriori dubbi sulla realtà dei fatti. Giunti ai titoli di coda, ci troviamo dunque alle prese con domande destinate a non trovare risposta. Nel frattempo però siamo rimasti avviluppati nel mondo diegetico, una dimensione claustrofobica caratterizzata dall'ossessivo ricorrere degli stessi volti, degli stessi luoghi e delle stesse battute, diretta conseguenza dell'ingegnoso stratagemma narrativo messo a punto dal regista. Uscirne non è facile, e questo costituisce sicuramente uno dei pregi del film, anche se, di contro, proprio l'assoluta peculiarità della vicenda di Leonard (vendetta + amnesia + "sistema di appunti") rende ardua l'astrazione di considerazioni a livello generale su temi quali identità e memoria.
In ultima istanza, però, non si può non riconoscere a Nolan l'abilità nel riciclare in maniera originale e stimolante i canoni del thriller poliziesco: se il valore di un'opera di ingegno (per non voler dire d'arte) si può misurare anche sulla base del numero di domande cui costringe chi le si ponga di fronte, Memento è senz'altro un film di "intelligenza" non comune.
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