Sofia Coppola
Le vergini di Sofia
di Eva Maria Ricciuti
Un tempo i marinai amavano narrare di creature mitologiche di strabiliante bellezza che, con voci soavi, incantavano i timonieri e li inducevano a tenere una rotta suicida dritto verso gli scogli sui quali quelle, mollemente adagiate, facevano ondeggiare le fluenti chiome e le candide braccia in segno di saluto, finendo per far rovinosamente schiantare le navi. Novelle sirene il cui tragico tranello si compie al rovescio, sembrano essere le cinque splendide sorelle Lisbon de Il giardino delle vergini suicide. Bionde creature dai lineamenti angelici, diventano il sogno proibito del nugolo di adolescenti che popola il piccolo centro di cui le sorelle rappresentano la principale attrazione. Segnate da un tragico destino di morte, continueranno ad aleggiare immortali nel ricordo dei ragazzi che le hanno amate. Irraggiungibili esempi di infelice perfezione, continueranno a popolare quello che fu il giardino della casa natale, culla e prigione delle loro brevi esistenze, su cui veglia un grande olmo, anch'esso morente.
Quando per la prima volta Sofia Coppola, allora poco meno che trentenne, si presentò al grande pubblico con Il giardino delle vergini suicide, offrì un'elegante prova registica che la critica di allora attribuì in parte alla sapiente guida paterna. Oggi, con il senno di poi, appare evidente che, se pure aiuto paterno vi fu, la personale cifra stilistica della regista era comunque ben presente e già perfettamente delineata nella sua originalità sin da allora. Evidente era il leggiadro tocco nel guidare le evoluzioni composte della macchina da presa, un certo straniamento rispetto alla realtà narrata, la tendenza a virare i colori del quotidiano asservendoli al sentimento e, soprattutto, la grazia pudica nel tratteggiare i personaggi, soprattutto le giovani donne, che popolano i sui lavori. Sofia eccelle nel descrivere i personaggi femminili, caratteri sempre in bilico tra l'essere e il voler essere, colti sulla soglia della maturità, nell'attimo dello sbocciare della femminilità, laddove la donna è tanto più erotica perché ancora fanciulla nelle fattezze eppure già femmina nell'istinto.
Le adolescenti di Sofia Coppola trasmettono il disagio di una condizione da crisalide, la soglia che paiono non voler varcare, trovando la soluzione del conflitto che le strugge in gesti estremi, siano essi il suicidio liberatorio delle sorelle Lisbon o le passeggiate solitarie per le vie della incomprensibile Tokio della pallida Charlotte di Lost in Traslation o, ancora, le vertiginose girandole di feste e alcool di una spaesatissima Maria Antonietta. Tutte donne catturate dalle circostanze, imprigionate in ruoli costrittivi, quasi asfissianti, ritagliati per loro da una società che quasi subiscono, sofferenti della condizione di straniere in non-luoghi irreali, siano essi città lontane, regni stranieri, o ricordi distorti. E così sono le cinque sorelle Lisbon. Motori immobili di una realtà che le avvolge ma di cui non sono partecipi né spettatrici, una realtà che si articola come fosse un movimento che le coinvolge solo nelle conseguenze delle azioni (loro o degli altri) e che le abbandona subito dopo il compiersi degli eventi (fausti o infausti). Emblema ne è la piccola figura di Lux (un'iridescente Kirsten Dust), scorta sul sorgere del sole, adagiata al centro di un campo di football desolato e verdissimo di rugiada, all'alba del suo primo giorno da donna. Abbandonata nel momento successivo all'amore da quello che fino ad allora l'aveva idolatrata. Fino al momento di averla posseduta, laddove la dea che diventa mortale piegandosi ai desideri della carne si spoglia dell'aura di divinità per diventare "divetta", e tristemente si trasforma in nome da aggiungere alla lista. Sono così le sorelle Lisbon: un sogno. Il sogno proibito di chi le osserva da lontano e si chiede come dalla fredda e razionale materia da cui hanno avuto origine le cinque (il padre delle ragazze è professore di matematica del liceo locale, la madre un algido esempio di bigottismo e rigido perbenismo) abbia potuto aver origine il paradigma di una perfezione così carica di erotismo e tormento, e non comprende come tanta perfezione possa essere così tragicamente rivolta all'autodistruzione. Le Lisbon diventano mito e, come tale, attorno a loro nasce un vera e propria forma di devozione, che si concretizza in un bizzarro fenomeno di raccolta e collezione di cimeli a loro appartenuti, sacre reliquie di un culto profano i cui devoti adepti sono quegli stessi ragazzi che, ammaliati come marinai, le avevano inseguite per scontrarsi tragicamente sugli scogli del loro suicidio. I sopravvissuti, come novelli superstiti del naufragio, racconteranno per sempre la leggenda che le avvolge, fregiandosi del più classico "io c'ero".
L'universo di Sofia Coppola è lieve, soffice come una nuvola, ma, come nuvola, veloce nel mutare. Repentino nello scoprire il sole, come nel portare tempesta. Mutevole, onirico, sempre in bilico tra il detto e l'interpretato. Ed ecco che quello che in un primo momento, di fronte al singolare modo di affrontare e raccontare la vicenda e al proliferare di diversi piani narrativi (flashback, splet screen, apparizioni di spettri, moltiplicarsi delle voci narranti), appariva una discontinuità nell'affrontare l'argomento, diventa necessario nell'economia della pellicola, tanto che ora risulta difficile, se non impossibile, immaginare un modo diverso e più "tradizionale" per raccontare il mito/sogno delle Lisbon.
IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE
(USA, 1999)
Regia
Sofia Coppola
Sceneggiatura
Sofia Coppola
Montaggio
Melissa Kent, James Lyons
Fotografia
Edward Lachman
Musica
Jean-Benoit Dunckel, Nicolas Godin
Durata
97 min