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Opera prima del cineasta messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu, Amores perros ritrae una Città del Messico oscillante tra un iperrealismo brutale e grottesco e momenti di intenso lirismo (un ritratto che per intensità avvicina il film a Los Olvidados, capolavoro di Buñuel del 1950, ambientato anch'esso nella capitale messicana), un luogo attraversato da tre storie destinate a incrociarsi. Proprio in apertura il regista mostra immediatamente il momento decisivo, quell'incidente automobilistico crocevia obbligato delle tre vicende caratterizzate dalla violenza, dal sangue e dal dolore, che si inscrivono profondamente nel tessuto del film, nella sua stessa carne. Nella prima delle tre vicende, ambientata nei bassifondi della megalopoli messicana, Octavio, innamorato della cognata Susana, tenta di convincerla a fuggire con lui, promettendole una vita migliore anche grazie ai guadagni che spera di ottenere facendo combattere in incontri clandestini il suo cane Cofi, che si è rivelato essere imbattibile. Nel secondo episodio, ambientato invece nei quartieri alti, Daniel e Valeria, due giovani affermati, decidono di vivere insieme nella loro nuova casa, scelta che si rivelerà però essere il primo di una serie di ostacoli che li porteranno alla rottura e allo scacco, anche professionale. In ultimo la vicenda di El Chivo, un barbone con un passato da guerrigliero e da carcerato, che per sopravvivere accetta di uccidere su commissione; presente anche lui sul luogo dell'incidente, salverà Cofi da morte certa, portandolo poi con sé, e da questo incontro troverà nuova forza per provare a riallacciare i rapporti col suo passato (una figlia abbandonata da anni).
Il film di Iñárritu getta uno sguardo a volte spietato, a volte distaccato e partecipe insieme, sulle vicende messe in scena, donando un'immagine di Città del Messico non esauribile in una sola definizione, permettendo così allo spettatore di attraversarla da diverse angolazioni al fine di scoprirne le molte contraddizioni, i differenti modi di condurre l'esistenza dei suoi abitanti, l'enorme disparità sociale e culturale che determina la presenza di mondi separati, veri e propri sottoinsiemi indipendenti di quel macro-insieme rappresentato dalla Città. Tali differenze vengono ben sottolineate dallo stile stesso del regista, che modifica il suo modo di guardare e tratteggiare gli ambienti e i personaggi utilizzando diverse modalità espressive per rappresentare i tre episodi: la sua capacità di aderire attraverso lo sguardo della macchina da presa al mondo che descrive lo porta, nel primo episodio, a inseguire Octavio, Susana e Ramiro (il marito, che morirà nell'incidente) nello squallore delle loro vite, che si svolgono fra misere abitazioni, quartieri degradati e atroci combattimenti fra cani, il tutto filmato con stile frenetico e convulso, facendo largo uso di bruschi e secchi stacchi di montaggio, nel tentativo di cogliere l'atmosfera angosciante e la precarietà esistenziale in cui i personaggi vivono quotidianamente. La crudeltà del mondo rappresentato ben si coglie nei terribili combattimenti fra cani, dove la loro brutalità è il riflesso di una realtà che ha "prodotto" anche i loro padroni. Con altre modalità è affrontato il secondo episodio, quello di Daniel e di Valeria, in cui la posizione della macchina da presa si fa più distante e distaccata, come a voler analizzare in modo freddo la realtà di cui fanno parte i due protagonisti, tipici esponenti della borghesia messicana, utilizzando, al posto dei primi piani e delle luci sporche, irregolari e violente del primo episodio, dei campi medi e una fotografia più nitida e neutra, proprio a sottolineare la distanza con la quale Iñárritu sceglie di rappresentare lo spaccato borghese. Un'adesione che sembra invece maggiormente presente nel modo in cui viene tratteggiato l'ultimo personaggio, El Chivo, figura solitaria immersa nel silenzio e nella musica (a differenza degli altri episodi, dove erano le parole e le voci a unire e far avanzare vicende e personaggi), che viene descritta con uno stile astratto e lirico, in cui a predominare sono le inquadrature lunghe che favoriscono la dilatazione temporale e la distensione degli eventi. Ed è proprio l'ultima vicenda che lascia aperta almeno una strada per una sorta di possibile riscatto, tristemente assente negli altri due intrecci. Qui El Chivo, dopo aver perso la sua famiglia e i suoi ideali, si dimostra capace, tramite l'esempio del cane Cofi - anch'esso in grado solo di uccidere -, di provare repulsione per ciò che è diventato, un killer a pagamento, rendendosi così pienamente conto di ciò che aveva precedentemente affermato, e cioè che i cani e i loro padroni finiscono sempre per specchiarsi l'uno nell'altro.
Attraverso i frammenti di vita che le storie di questo film raccolgono, passando per l'incidente che mette in collegamento diretto le diverse realtà, si giunge così, nel finale, a ricostruire un'immagine che si era spezzata molto tempo prima (la vita precedente di El Chivo) e che ha potuto trarre da questa vicenda (forse) la possibilità di ricomporre un'identità che sembrava definitivamente perduta. È da interpretare in quest'ottica, quindi, la didascalia finale "siamo anche ciò che perdiamo", frase capace di restituire (in un film per certi versi spietato e senza speranza) ai personaggi un senso alle loro cupe esistenze.
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