|
Fluidità. L'ingrediente che fa la differenza, che distingue i (tanti) capolavori della lunga e fortunata carriera di Martin Scorsese (da Taxi Driver a Fuori orario, da Quei bravi ragazzi a Casinò, da Toro scatenato a L'età dell'innocenza) dai (pochi) film irrisolti, mal riusciti e senz'anima (Kundun, The Aviator).
Quella fantasmagorica fluidità che anima se stessa nello scorrere mai domo di una macchina da presa che insegue, rincorre, scopre, nasconde, pedina, salta, gira in tondo, e scava negli occhi fasulli e nei sorrisi di cartapesta dei Goodfellas. Ovvero quelli che ... quelli che possono parcheggiare in seconda fila davanti a un idrante senza che nessuno dica niente, che possono essere arrestati e passare le giornate in prigione cenando con pasta, sugo, vino e whisky. Quelli che possono corrompere chiunque e dovunque, quelli che non devono fare la fila alle poste, che hanno il miglior tavolo perennemente riservato in qualsiasi locale alla moda, che infilano soldi nelle tasche della gente come fossero caramelle, che costringono i comuni mortali all'inchino a ogni loro passaggio. I Goodfellas, Jimmy Conway e Tommy DeVito (ovvero un luciferino Robert De Niro e un Joe Pesci magnifico pazzoide che si guadagna un Oscar), ma anche Henry Hill (un Ray Liotta nel ruolo più importante della carriera) che non si ricorda di essere mai stato nient'altro al di fuori di un gangster, e Paul Cicero (un intoccabile Paul Sorvino) che comanda tutto e tutti da lassù, con uno stuolo infinito di figli e nipoti, leccapiedi e servi, collaboratori e collaborazionisti. È la grande famiglia dei Goodfellas, dal padre padrone ai figli prediletti, dalle mogli concupiscenti ai rappresentanti di un ordine di casta da cui non è possibile sgarrare. Pena la morte, ovviamente. Perché per i suadenti mafiosi scorsesiani l'atto tragico fluisce nella normalità, si può ammazzare in un attimo d'ira un povero cameriere e scavargli una fossa nella più totale indifferenza, e il codice deontologico del rispetto guida le azioni di ogni membro del clan salvo poi deflagrare e implodere nel momento in cui il bel gioco finisce, e resta solo da denunciare gli amici di una vita per poter salvare la propria esistenza e guadagnarsi un futuro lontano dal carcere e dalle inevitabili ritorsioni. Tenendo gli occhi bassi per non incontrare l'odio degli ex compari, ma guardando in faccia noi, in un sorprendente afflato anti-naturalistico di brechtiano insegnamento.
La forza di Goodfellas, il suo fascino, l'effetto quasi magico, risiede in una scrittura solida e irriverente, scatenata e minuziosa, ironica e devastante (Scorsese insieme a Nicholas Pileggi, che trae la sceneggiatura dal proprio libro Wise Guy), e respira a pieni polmoni da quella dannata e magnifica macchina da presa, organismo vivente che non si ferma mai, se non per stop-frames che finiscono paradossalmente per accentuare il dipanarsi adrenalinico del racconto. Il tempo e lo spazio del narrato perdono la loro primaria significazione, saltano uno sull'altro, si rincorrono, e nelle sequenze di maggior impatto visivo (omicidi, stragi) tornano indietro, attuando quel processo "di kubrickiana ripetizione apparente, che […] mostra in prospettive e tempi diversi un evento esiziale, usando commento fuori campo e recupero di istanti narrativi scartati nella precedente versione della scena, per minarne con una drammaticità sospesa e irreale la crudezza" (1). Un gioco a incastro che snobba le coordinate lineari del racconto, sfruttando il montaggio alternato come metafora del caos esistenziale che governa le azioni dei personaggi. Uno sguardo registico che scruta ferocemente e affettuosamente l'umore capriccioso dei "bravi ragazzi", attraverso accecanti lampi di amore e di acredine e di connivenza e di vendetta e di paura che si incrociano dagli occhi di un volto a quelli di un altro, in interminabili soggettive che girano e girano, ballando una totentanz senza fine, fino all'alba della distruzione. La vita scorre, si resta a galla, piovono soldi dal cielo come fiocchi di neve sporcati di sangue, si festeggiano matrimoni e battesimi, si gioca con la cocaina, si ride a crepapelle e poi si spacca un bicchiere in testa a chi si azzarda a sbagliare mezza parola, si tappa la bocca a fastidiose mogli pazze di gelosia, ogni tanto si ammazza qualcuno. È la bellezza di poter trasformare tutto ciò che è fuorilegge in un gesto pressoché epico, e di poter comandare a bacchetta persino gran parte della polizia affinché l'atto mafioso sia regolarizzato e accettato. È l'alchimia di un mondo dorato e parallelo, entro il quale regole e leggi non scritte governano anni di prostrazione alla famiglia per poi dissolversi in un colpo di biliardo. È infine l'errore imperdonabile di una pelliccia o di una macchina comprate nel momento sbagliato, stupidamente, per ingordigia.
Ci si rispetta e poi ci si abbandona, si piange e poi ci si volta le spalle per l'eternità. L'orgoglio, la superbia, l'onore, la cupidigia, l'umiltà, la disperazione, sono facce diverse di un'unica competizione: il gioco al massacro. Una carneficina che ha inizio, continua, non si ferma, non ha fine. La ieratica fluidità di una vita da gangster.
Note:
(1) cfr. Serafino Murri, Martin Scorsese, Il Castoro Cinema, Milano, 2000, pag. 111
|