Renzo Martinelli
Piazza delle cinque lune
di Aldo Spiniello
Perché non parlare di uno degli avvenimenti più bui della storia repubblicana italiana attraverso la consolidata struttura del thriller? Perché non provare a uscire dal solco documentaristico, dalla pura ricostruzione e far luce sulla storia giocando con la fiction? Perché non coniugare impegno politico e spettacolo? Muove da un'idea in fondo semplice Piazza delle cinque lune, il tanto discusso film di Renzo Martinelli sul rapimento e il delitto di Aldo Moro, scritto a quatto mani con lo sceneggiatore Fabio Campus e con la consulenza storica di Sergio Flamigni.
Un anziano magistrato (Donald Sutherland), ormai alle soglie della pensione, riceve da un ex terrorista un video sulla strage di via Fani del 16 marzo '78. Nella speranza di avere accesso al vero memoriale di Moro inizia a indagare sui fatti dell'epoca, cercando di far luce su complotti e connivenze. Una ricostruzione dell'"affare Moro" a 25 anni di distanza con l'intento di dar conto delle ipotesi interpretative più scomode. C.I.A. e servizi segreti italiani, Brigate Rosse, politica d'isolamento del partito comunista: tutti tasselli di un rebus ancora indecifrato, un quadro oscuro, in cui le ragioni del potere mettono a tacere le ansie di verità e giustizia. L'idea di fondo è risaputa: la fine di Moro s'iscrive in un complotto guidato dai servizi segreti statunitensi, volto ad impedire la politica d'apertura al Partito Comunista perseguita dallo statista democristiano. Martinelli riesce ad aggiungere altre ipotesi interessanti, soprattutto riguardo l'ambiguo ruolo svolto dalle Brigate Rosse. La residua libertà (ed efficacia) d'azione del movimento eversivo viene così spiegata come funzionale alle strategie di contenimento americane (strategie accuratamente studiate e diffuse ai servizi segreti) e Moretti, l'unico leader del gruppo brigatista ad essere rimasto (stranamente) in libertà dopo l'arresto nel 1976 di Curcio, Morlacchi, Franceschini, appare come una compiacente pedina di un disegno geopolitico di conservazione dello status quo più che di rivolta.
Se il contemporaneo Buongiorno, notte di Bellocchio nasce col duplice intento di offrire una chiave di lettura "critica" dell'affare Moro, anche alla luce dell'inarrestabile declino del presente, e di seguire una strada intimista (e fantastica), Piazza delle cinque lune si colloca decisamente nel solco del film d'inchiesta-denuncia. Una scelta probabilmente più semplice dal punto di vista autoriale, ma pur sempre nobile. Basta guardare agli illustri antecedenti: da un lato il cinema dell'indiscusso maestro Francesco Rosi, dall'altro un certo cinema impegnato americano, sul modello di Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula. La via perseguita da Martinelli è ormai consolidata: un mix di fiction e "documenti" (audio e video), come in JFK di Oliver Stone. Il problema è che il piano della finzione e quello della realtà non riescono ad integrarsi, come due rette parallele che viaggiano all'infinito. La struttura del thriller fallisce, in quanto ogni possibile tensione viene soffocata dall'ansia della dimostrazione e della denuncia. Se nel cinema di Rosi la ricostruzione storica si risolve interamente nella flagranza delle immagini, in quello di Martinelli la parola prende il sopravvento sino a raffreddare e, implicitamente, a svilire ogni potenzialità emotiva. Scegliere di riunire i protagonisti intorno a un tavolo per far luce sullo stato delle indagini è quanto di più anticinematografico si possa immaginare. E neppure le immagini (finte) della strage di via Fani e dell'omicidio Pecorelli riescono a restituire ritmo ad un impianto narrativo pesantemente didascalico. E, cosa ancor più grave, l'utilizzo reiterato degli effetti digitali dà luogo ad un fastidioso effetto videogame, ad una sensazione di falsità, che stride con la realtà del dato storico. Martinelli politicamente denuncia l'imperialismo americano, ma cinematograficamente ne paga il dazio.
L'assassinio Moro è una ferita ancora aperta, un nervo scoperto degli oscuri disegni del Potere. L'unica scelta davvero morale sarebbe stata quella di far parlare i fatti nudi e crudi, senza cercare strade facili e accattivanti. Ecco, i fatti, la realtà: il cinema non è schiavo delle mode o delle ideologie, nasce dalle immagini, dalla profondità (e "innocenza") dello sguardo. Non è questione di posizioni politiche precostituite, ma di posizioni della macchina da presa. Mentre i film di Martinelli, come dimostra anche il suo ultimo Il mercante di pietre, non riescono mai ad elevarsi dalla provocazione. Il suo cinema "urlato" può essere anche discusso e condiviso nelle idee e nei contenuti. Ma l'arte è un'altra cosa.
PIAZZA DELLE CINQUE LUNE
(Italia/Gran Bretagna, 2003)
Regia
Renzo Martinelli
Sceneggiatura
Renzo Martinelli, Fabio Campus
Montaggio
Massimo Quaglia
Fotografia
Blasco Giurato
Musica
Paolo Buonvino
Durata
126 min