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Eclettico o furbo? Indipendente o mainstream? Autoriale o citazionista? Domande che non hanno molto senso quando si parla del cinema di Steven Soderbergh, visto che la filmografia del 43enne regista di Atlanta continua a saltare dall'uno all'altro di questi poli. Un colpo al cerchio (il recente Bubble) ed uno alla botte (Out of sight). All'interno di questa dinamica, il fortunato Ocean's Eleven rappresenta uno dei picchi più pop-commerciali della carriera del regista statunitense. Infatti, a chi ama dire che il divismo cinematografico è morto, o che per lo meno le star di oggi non valgono per classe e carisma quelle della Hollywood che fu, bisognerebbe chiedere se è solo un caso che un film che può vantare uno dei cast più glam degli ultimi anni abbia incassato quasi 18 milioni di euro in Italia e dieci volte tanto in patria. La risposta è che, certo, mettere uno a fianco all'altro George Clooney, Brad Pitt, Julia Roberts, Andy Garcia e Matt Damon è già un buon passo verso il successo commerciale. Il problema, allora, diventa quello di lavorare con il bilancino del farmacista, dosare accuratamente ingredienti e primi piani, in modo che poi la chimica del prodotto finale regga l'impatto con la platea. E l'operazione a Soderbergh è senz'altro riuscita, come dimostrato appunto dal botteghino e quindi dalle "filiazioni": Ocean's Twelve, uscito nel 2004, e Ocean's Thirteen, atteso per il 2007, a proposito del quale si parla già dell'arruolamento di Al Pacino ed Ellen Barkin.
Operazione riuscita perché, se lavorare con il bilancino significa dover fare a meno di particolari guizzi stilistici o vezzi autoriali, è anche vero che Soderbergh dimostra la sua bravura nel girare una pellicola che magari non propone niente di particolarmente originale, ma che è comunque in grado, bene o male, di reggersi in piedi nonostante quel senso di deja-vu e quella forzata adesione ai canoni hollywoodiani che un progetto come questo necessariamente comporta. Nel confronto con la pellicola del 1960 (diretto da Lewis Milestone e divenuto, nell'edizione italiana, Colpo grosso) il nuovo Ocean's Eleven non sfigura, con Clooney e soci che tengono botta all'originale Rat Pack con buona dose d'ironia. È, in effetti, uno di quei casi in cui gli attori sembrano divertirsi un bel po', con la differenza, rispetto a molti analoghi e sfortunati esempi, che stavolta si diverte anche il pubblico. A patto, s'intende, di essere almeno un po' di bocca buona: difficile, altrimenti, non trovare un po' tirato per le lunghe l'insieme delle sequenze in cui vengono presentati i vari componenti del gruppo, che di fatto occupa la prima metà del film. Un attore + una scena + una gag + un paio di battute a dare l'idea del personaggio: dopo la quarta-quinta volta un meccanismo già risaputo può diventare tedioso. E dire che Soderbergh era partito bene. La prima inquadratura, con la soggettiva su Ocean/Clooney che implica prima lo sguardo della commissione e poi, quando la m.d.p. stringe sul suo volto (alla domanda "Cosa pensa che farebbe se la rilasciassimo?"), sembra voler convocare l'occhio complice dello spettatore, poteva far presagire uno sviluppo interessante del tema dello sguardo, che peraltro è uno degli assi portanti del film. E invece, quando il gruppo di ladri passa all'azione, e si entra finalmente nel vivo della vicenda, l'argomento viene affrontato dal regista sempre senza uscire dai binari di una professionale convenzionalità.
Riassumendo: nella città che rappresenta l'illusione per antonomasia (in senso concreto illusione scenografica, con le riproduzioni di altre città; in senso astratto illusione di arricchimento facile), i nostri eroi creano l'illusione di una rapina. Là dove il controllo dell'immagine si fa potere (la battuta di Andy Garcia "Nel mio albergo c'è sempre qualcuno che guarda" è la chiave del film), per sconfiggere il vedere non c'è altra possibilità che passare al livello superiore, il far vedere. Un meccanismo esasperato fino all'ironico paradosso della scena in cui Basher osserva dalla tv della sua stanza d'albergo la demolizione del casinò che potrebbe seguire direttamente con i suoi occhi, se solo andasse alla finestra alle sue spalle. Un giochino che può risultare interessante, ma rimane il sospetto che un regista come Soderbergh avrebbe potuto articolarlo in maniera più profonda e personale, invece di rimanere ad un livello che richiama inevitabilmente vari predecessori (uno su tutti, Omicidio in diretta di De Palma, per non tornare troppo indietro nel tempo).
Rimangono dunque, come detto, la sintonia interna al cast e il mestiere del regista, apprezzabile anche nella fotografia, dal momento che dietro lo pseudonimo di Peter Andrews si cela sempre Soderbergh. Molto ben curato, ma a lungo andare anche qui un po' schematico, il lavoro sulle luci (quasi sempre artificiali, com'è logico a Las Vegas): colori più caldi negli interni dei casinò; più freddi, con dominante blu, negli esterni notturni. Un punto in più, semmai, può andare alla colonna sonora (tutta jazz con, in coda, il Clair de lune di Debussy, a quel punto inaspettato) e al gusto di farci vedere la Donna con chitarra di Picasso. Donna che, però, se potesse parlare, si chiederebbe cosa ci fa nel museo di un casinò e, più in generale, in un film che, al contrario del cubismo, si sforza il più possibile di smussare gli angoli.
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