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Con L'inglese, Steven Soderbergh nel 1999 si servì delle tonalità dense ed opprimenti del noir come pretesto tipologico per raccontare una vera e propria esumazione del passato, tentando al contempo un difficile recupero dei personaggi della storia in base al loro trascorso extradiegetico, inteso come specchio simbolico a cavallo tra realtà e fiction. Terence Stamp (mostrato nei flashback della sua giovinezza addirittura attraverso le immagini di Poor Cow del neocampione di Cannes Ken Loach), Peter Fonda (Wyatt, "All american hero" di Easy Rider), Joe Dallesandro (l'icona della trilogia sporca e metropolitana di Paul Morrisey) e Barry Newman (l'inarrestabile Kowalski di Punto zero di Richard C. Sarafian, oltre ad essere stato l'avvocato italo-americano Petrocelli) furono infatti utilizzati in modo da dotarli di una valenza in grado di sbriciolarsi sotto al significativo effetto di un personaggio che rimandava, necessariamente ed inevitabilmente, ad un omologo e preciso passato narrativo.
Stamp si riconnetteva laddove si era interrotto il personaggio interpretato nell'opera prima di Loach (arrestato nel 1967, uscito di prigione dopo nove anni di detenzione e recatosi dalla natìa Inghilterra fino a Los Angeles per vendicare la morte della figlia), Fonda riusciva a pontificare sulla filosofia degli anni Sessanta, a raccontare con malcelata nostalgia i suoi trascorsi da biker e ad essere accusato di aver svenduto la controcultura in pacchetti da supermarket. La dimensione del passato muoveva, procedeva e vivificava in tutta la pellicola, la quale utilizzò anche una sintassi anomala, in apparenza anarchica e gratuitamente formalistica, ma invece assolutamente funzionale all'obiettivo tematico di riferimento. Il tutto gestito e proposto attraverso inquadrature ripetute, dialogo in qualità di tessuto connettivo di immagini artatamente non consequenziali, giustapposte senza logica palese, dislocate sintagmaticamente nella catena filmica con l'intenzione di spiazzare lo spettatore, di gettarlo in un caos cognitivo e cronologico da cui avrebbe potuto riprendersi soltanto alla fine della pellicola, quando l'inquadratura chiave di un Terence Stamp in primo piano con sullo sfondo l'interno di un aereo di linea (piano che sistematicamente veniva inserito da Soderbergh sin dall'inizio del film), avrebbe inequivocabilmente chiarito il tempo interiore di una narrazione fatta e vissuta attraverso un cortocircuito di analessi dello stesso protagonista.
L'inglese, il dispregiato e scorbutico Limey del titolo originale, diventava così l'autentico catalizzatore della focalizzazione del racconto, sincero simbolo di un passato in grado di collegare la memoria e i suoi devastanti rivoli, ma assolutamente incapace di adeguarsi al presente. Fuori e dentro il film.
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