Atom Egoyan
Il viaggio di Felicia: tu chiamale, se vuoi, rimozioni
di Piervittorio Vitori
"Che bel mondo in cui vivere, se lo guardi con gli occhi di un bambino". Sono le parole iniziali della canzone con cui si apre Il viaggio di Felicia. C'è però da dubitare che corrispondano alla realtà, dal momento che non ci sono molte speranze, per i bambini, nel film di Egoyan. O crescono deviati, vittime di un soffocante rapporto con la madre, o addirittura non nascono proprio. E nemmeno gli adulti se la passano tanto meglio…Vale la pena, tuttavia, prendere il discorso un po' più alla lontana, iniziando con l'omaggiare il riferimento più evidente tra quelli che Egoyan ha disseminato in questa sua opera: parlo di Hitchcock, echeggiato già nel nome del personaggio interpretato da Bob Hoskins, Hilditch. Guardando Il viaggio di Felicia non si può non pensare al maestro della suspense, la cui ombra aleggia all'interno di una vicenda e nella caratterizzazione di un protagonista che riconducono con ogni evidenza a Psycho, così come nella scena dell'assassino che sale le scale con la tazza avvelenata, che cita spudoratamente il bicchiere di latte di Cary Grant ne Il sospetto, o nell'uso insistito di elementi scenografici che dominano i personaggi, a significare un'oppressione di tipo psicologico, come in Marnie: là se ne aveva un ottimo esempio nel finale, con l'immagine della nave che domina il porto nella scena in cui Rutland riporta Marnie sul luogo del delitto; qui nelle diverse scene in cui vediamo Felicia "schiacciata" da dettagli architettonici come torri, impalcature e ciminiere. Hitchcock rappresenta dunque un buon punto di partenza per tentare qualche considerazione sul film, cercando anche di lanciare uno sguardo verso False verità, il film di Egoyan ora nelle sale.
"Giaceremo in pace", dice Felicia alla fine del film, alludendo speranzosa ad uno stato di serenità. Ma la serenità è un concetto "difensivo", che implica non tanto la presenza di un fattore positivo, quanto l'assenza di uno negativo. E fattori negativi pesano su tutti i personaggi del film, tanto che la chiave per interpretarlo, anche alla luce di quanto detto, sta nei concetti di rimozione e manipolazione. Per qualsiasi spettatore (o lettore) è pane quotidiano ritrovarsi di fronte a personaggi traumatizzati da un passato che diviene quindi oggetto di un (tentato) processo di questo tipo: è il caso, appunto, di Marnie nel film di Hitchcock, di Hilditch qui, e delle due figure maschili in False verità. Ne Il viaggio di Felicia, tuttavia, c'è uno scarto significativo. Al centro della narrazione, tra i vari personaggi che subiscono condizionamenti dal passato, Egoyan ne pone uno condizionato invece dal futuro: Felicia. Lei non agisce tanto per o contro qualcosa che è stato, quanto per qualcosa che sarà (o potrebbe essere): il bambino che porta in grembo. Naturalmente, l'obiezione scontata è che a monte di tutto ciò c'è chiaramente un evento pregresso, vale a dire il concepimento. Ma l'attenzione del regista non si concentra lì (ce lo dimostra la lapidarietà con cui la ragazza assicura al padre di essere incinta, senza soffermarsi sull'accaduto), piuttosto mira allo scenario che si delineerà da lì in avanti. Questo è lo scarto tra Felicia e le altre figure: lei accetta la propria gravidanza, cioè l'unico elemento che rimanda al suo passato e che, allo stesso tempo, è dotato di senso ai fini della diegesi. I personaggi intorno a lei, viceversa, non accettano il passato e devono quindi lavorare di rimozione o, perlomeno, di manipolazione.
E qui emerge in tutta la sua importanza, seppure in modi diversi, la figura genitoriale, e in particolare quella materna: per Johnny è il tramite per giungere alla rimozione del passato (il ragazzo può dimenticare Felicia grazie al fatto che la madre non gli invia le lettere di lei); per Hilditch ne è invece l'oggetto stesso, all'interno di un'operazione in cui l'ossessione per il cibo sublima quel lato della figura materna che egli riesce ad interpretare come amorevole e quindi ad accettare (per questo qui è più corretto parlare di manipolazione piuttosto che di rimozione: il passato non viene cancellato ma rivisto, mistificato). Analogo è il caso del padre di Felicia, per cui il passato ingombrante e opprimente assume i contorni della storia patria (quindi della madrepatria, in inglese indifferentemente fatherland o motherland), un passato che, come sempre avviene quando si parla di una storia secolare e collettiva (e tanto meglio se anche estremamente tormentata, come nel caso dell'Irlanda), nel passaggio alla percezione odierna è stato certamente manipolato e distorto. Infine Felicia stessa, nella veste di madre potenziale, è al centro di un processo di rimozione, anche se la manipolazione attuata da Hilditch nei suoi confronti impedisce di qualificarla, in questo senso, come soggetto tout-court. Anche in False verità ci vengono proposti dei personaggi maschili alle prese con la manipolazione del passato, una manipolazione che curiosamente utilizza, come nel caso di Hilditch (anche se con modalità diverse), il cibo come strumento: nella pellicola del 1999 i piatti preparati dall'assassino seguendo le lezioni della madre esaltano un aspetto della figura di quest'ultima mascherandone altri; in quella più recente le aragoste servono a mascherare in maniera decisamente più concreta il cadavere di Maureen O'Flaherty (a proposito: che Egoyan ce l'abbia con le irlandesi?).
Altro elemento comune, presente in realtà lungo tutta la filmografia del regista, è l'importanza dell'immagine riprodotta. Da un lato anch'essa rientra nel discorso sulla manipolazione, poiché in entrambi i film la televisione costruisce per alcuni personaggi una dimensione, quella pubblica, che intuiamo (la madre di Hilditch) o scopriamo (la coppia Morris-Collins) essere distante dalla realtà. Dall'altro, però, assume un significato diverso: in Felicia, il personaggio cui dobbiamo forzatamente riferirci parlando di immagini riprodotte, è Hilditch: alla manipolazione si affianca allora il concetto di controllo. Ad un passato lontano e solamente subito (il rapporto con la madre), se ne mescola uno tanto vicino da sconfinare nel presente e vissuto in maniera decisamente più consapevole (l'uccisione delle ragazze perdute). Se prima Hilditch era una comparsa all'interno del rapporto con la madre, esattamente com'era una comparsa nei suoi show televisivi, ora è il regista del rapporto con le ragazze che prima attrae e poi uccide. Comunque e sempre fuori campo, a parte rarissime e forzate eccezioni. Non abituato ad essere protagonista, a prendere il centro della scena nella vita (in primis nei rapporti affettivi), cerca altre vie per riempire questa scena, a costo di riesumare, manipolandolo, un personaggio, nel caso della madre, o addirittura di inventarne uno ex-novo, come con Ada. Al pari di Hilditch, anche Felicia sperimenta la solitudine, vedendo le persone cui è legata prendere le distanze da lei. Ma la ragazza, al contrario dell'uomo, vive questa condizione senza patirla. Anzi, nel momento in cui diviene più doloroso il distacco da Johnny, è proprio Hilditch ad aiutarla a recidere quel legame: lo fa per perseguire il suo scopo, quello di "addormentarla", ma finirà invece con il salvarla. L'opera di convincimento dell'assassino, che culminerà con l'aborto, libererà Felicia dalla sua tensione verso il futuro. L'opera di convincimento portata avanti dalla setta evangelica, d'altro canto, libererà Hilditch dalla sua tensione verso il passato, prospettandogli una dimensione in cui potrà riconciliarsi con la figura materna. Ma è una riconciliazione meramente ideale, sognata, tanto più che non può darsi nella dimensione della vita, ma solo in quella della morte.
Hilditch, quindi, risolve il proprio rapporto con il passato raggiungendo, nella maniera più drastica, uno stato di non-sé; specularmente, Felicia risolve quello con il proprio futuro lasciando che l'uomo elimini in maniera analoga (è lei stessa ad interpretare, inizialmente, l'aborto come un omicidio) l'elemento che a quel futuro l'avrebbe condotta. Privata di quell'unica prospettiva personale che l'aveva fin lì sorretta e condotta nelle sue azioni, la giovane protagonista si annulla nell'identificazione con le altre ragazze che Hilditch aveva addormentato, raggiungendo così anch'essa una condizione di non-sé. Alla fine, quando queste rimozioni li hanno privati di traumi e ambizioni, ai personaggi di Egoyan non rimane che un limbo di apparente serenità, che ricorda però la desolata campagna in cui si aggira il padre di Felicia o la triste casa in cui la madre di Johnny siede come un fantasma.
IL VIAGGIO DI FELICIA
(Canada/Gran Bretagna, 1999)
Regia
Atom Egoyan
Sceneggiatura
Atom Egoyan
Montaggio
Susan Shipton
Fotografia
Paul Sarossy
Musica
Mychael Danna
Durata
111 min