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Titolo evocatore di un senso di lieve torpore, come quello iniziale che avvolge la famiglia Mitchell, colta con una plongée in un sonno sereno e distante dal pericolo, che lo stesso protagonista rievocherà attraverso prolessi e analessi temporali, sovrapponendosi alla tragedia fulcro del racconto. Tratto da un fatto di cronaca, e rielaborato in chiave romanzesca dallo scrittore Russel Banks, Il dolce domani è il film che, dopo Exotica, ha confermato il talento registico di Atom Egoyan che, nonostante le incertezze dimostrate negli ultimi tempi, aveva evidenziato con questo film una notevole capacità di rielaborazione della materia letteraria, adottando uno sguardo clinico e distaccato, ma senza per questo privare il film di spunti riflessivi ed emozionali concreti.
L'impiego dei piani temporali sfalsati, tali da accatastarsi tra loro e determinare nello spettatore un continuo detour visivo e cognitivo degli eventi, costituisce il meccanismo narrativo con cui l'autore cerca di allontanare la tragedia del lutto nel suo farsi concreto, dilatandone i tempi con abile costrutto tensivo, in una sorta di continuo gioco di overlapping editing e di flashback e flashforward. Un gioco che si realizza con estrema semplicità cinetica, conducendo dolcemente le sue vittime nel gorgo muto della morte, cui si sottrarranno solamente l'autista Dolores (Gabrielle Rose) e la giovane Nicole (Sarah Polley). Ed è proprio in seguito a questo evento luttuoso che entra in scena l'avvocato Mitchell (Ian Holm), uomo spinto apparentemente da un solido principio morale, in nome del quale cerca di convincere i parenti delle vittime a promuovere una class action contro i presunti responsabili dell'incidente, attribuito dal legale ad un problema meccanico e non ad una mera tragedia o a un banale errore delle vittime. Ma dietro la sua lodevole spinta motivazionale si cela la rabbia di un uomo sconfitto dalla vita - colpito dal lutto metaforico della propria figlia (tossicodipendente sieropositiva) -, che come parte lesa dall'esistenza si riconosce nella collera e nel dolore delle famiglie del villaggio, cercando tra loro "adepti" con cui instaurare una sorta di crociata legale. La sua sapiente arte retorica, nonostante la forte avversione di Billy Ansell (Bruce Greenwood), unico testimone diretto della tragedia, che vede nel proposito di Mitchell un acutizzarsi ulteriore di un dolore sordo che vorrebbe seppellire, sembra consentirgli, inizialmente, di raggiungere il suo agognato obiettivo, quello che consentirà al villaggio di vivere il suo dolce, insperato domani. Sarà compito di Nicole, unica superstite del tragico incidente, decidere come agire in merito alla sua testimonianza, utile alla ricostruzione dei fatti.
Egoyan costruisce, intorno al personaggio di Nicole, una sorta di sottotesto fiabesco in cui la figura del pifferaio magico dei fratelli Grimm diviene il traghettatore di anime innocenti verso un altrove, cui la stessa ragazza non potrà accedere, al pari del ragazzo zoppo della storia, recitata nella versione in rima di Robert Browning (con l'aggiunta di alcuni versi originali). Una figura atta a determinare l'immedesimazione totale, e a tratti inquietante, della giovane protagonista con la favola stessa, in cui la caverna della montagna (qui sostituita dal lago ghiacciato) rappresenta l'emblema psicanalitico del ventre materno cui fare ritorno e che solo a Nicole viene negato, instillando in lei una freddezza emotiva che va oltre la sua paralisi fisica, quale menomazione forse sessuale. L'incidente costituisce per lei la presa di coscienza di un legame, quello incestuoso con l'amorevole padre, che non può esistere in quanto tale e che, nei momenti prodromici alla tragedia, comincia ad apparire ai suoi occhi quale peccato originale idoneo a privarla della morte innocente e del successivo ricongiungimento a quel ventre materno così rassicurante come il ghiaccio che avvolge lo sguardo e la mente. Ed è nel momento della deposizione, in cui i versi del poemetto di Browning recitati dalla voce-emanazione di Nicole trasmettono il suo disagio e la sua rabbia nei confronti del padre - il cui sguardo e le labbra contratte comprendono quanto ella stia indirettamente confessando -, che si determina quel distacco ombelicale dal genitore di cui si era tollerata sinora un'attenzione che oltrepassava il consentito rapporto genitoriale, andando a sconfessare le ipotesi dello stesso avvocato, consapevole delle bugie della ragazza, ma ignaro dei motivi profondi di tale disconoscimento.
Sono ancora una volta rapporti morbosi ed incestuosi, tradimenti e segreti, ad emergere dalle esistenze apparentemente serene di un villaggio, dietro le cui parvenze di quiete e torpore, trasmesso dal biancore in cui è immerso l'ambiente circostante, si celano rancori e miserie che l'incidente porta alla superficie dei ricordi, tanto da divenire per Nicole consapevolezza e commiato da una rapporto che, sin dalle prime inquadrature, sembra sottendere una morbosità latente. Egoyan riesce però a gestire la materia con sufficiente distacco emozionale, riscaldandola con le ansie abilmente instillate nel corso del racconto mediante l'efficace analisi psicologica dei protagonisti principali, mostrando i vari aspetti passionali conseguenti alla tragedia e presentando in parallelo il dramma umano e personale di Mitchell. Proprio quest'ultimo è costretto alla rievocazione dell'atto tragico dall'incontro con un'amica della figlia Zoe (Caerthan Banks), sua ideale doppleganger, in conseguenza del quale riaffiora un episodio d'infanzia determinante per la sopravvivenza della figlia, ma che, rivisto alla luce del presente, pone interrogativi drammatici sull'evolversi infausto di un'esistenza a suo tempo graziata da quel destino, cui l'avvocato stesso rifiuta di dare credito e che pertanto gli nega la possibilità di quel "dolce domani" che, forse, gli abitanti di Sam Dent potranno ancora veder sorgere, come fa presagire l'abbacinante luce che avvolge Nicole, mentre le sue parole ne evocano sommessamente l'agognata venuta.
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