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D'Alema, dì qualcosa.
D'Alema, dì una cosa di sinistra.
Dì una cosa anche non di sinistra, di civiltà.
D'Alema, dì una cosa.
Dì qualcosa!
Reagisci!
Aprile in fondo sta tutto nella scena di culto della disperata partecipazione, di fronte al teleschermo traboccante di sproloqui berlusconiani, alle tribune elettorali del '96; nel compatimento affettuoso di cui si era resa degna la sinistra italiana, da cui ci si aspettava tanto, ma attorno alla quale le aspettative si erano rivelate evanescenti. Aprile, oltre ad essere l'ultimo film di Moretti capace di entrare nel bagaglio culturale comune, è anche l'ultimo suo lavoro che riporti una riflessione politica originale (al contrario de Il Caimano, che, escludendo la splendida sequenza finale, è solo accidentalmente un film su Berlusconi, e comunque si concentra più sulla percezione della politica che sulla politica stessa): un film spartiacque, una sorta di requiem, che mette in scena, se non la fine della passione politica, almeno una definitiva perdita di fiducia nei suoi confronti. Aprile ha l'aspetto e la godibilità di un divertissement agile e leggero, ma è allo stesso tempo un film importante nella filmografia del regista romano: è il film in cui viene portata al punto di non ritorno quella tendenza all'annullamento della finzione da sempre presente in Moretti (dal doppio grottesco di Michele Apicella al personaggio parzialmente fittizio di Caro Diario fino ad arrivare, qui, alla totale sovrapposizione con la realtà). Aprile parla di un Moretti non mediato da alcuna linea narrativa che non sia quella del mondo reale e della storia. Dopo, Moretti cambierà decisamente strada, imboccando le strutture narrativamente più complesse e meno lineari della fiction, abdicando da quella narcisistica centralità che da sempre costituiva il suo marchio di fabbrica.
Aprile racconta delle riprese impossibili di un documentario sulla situazione dell'Italia, andando ad analizzare con distacco e ironia lo sbando politico del nostro paese, la difficoltà stessa di parlare della politica, ma anche la necessità etica di farlo. Si parte dalla vittoria di Berlusconi nel 1994. La sinistra, nel frattempo, sonnecchia, rifiutandosi anche di commentare la sconfitta. Moretti pensa ad un musical su un pasticcere trotzkista negli anni '50. Intanto il governo Berlusconi cade. La sinistra continua a sonnecchiare. Nella delirante (quanto poco tempo è passato) campagna elettorale, Moretti si rende conto di essere tenuto a parlare dell'Italia degli anni Novanta: un documentario politico pieno di senso civile. Le riprese sono sul punto di iniziare, ma Moretti è troppo preso dall'imminente nascita del figlio, e anche se il figlio non ci fosse preferirebbe comunque girare il suo musical. La sinistra vince: è la prima volta nella storia italiana. Il figlio nasce: è la prima volta nella vita di Moretti. La cosa sembra continuare ad importargli di più. La sinistra, nonostante la vittoria, sonnecchia. Il documentario si arena, la montata lattea della mamma del piccolo Pietro è più interessante. Il finale è dedicato all'utopia del pasticcere trotzkista che ancheggia fra ballerine sgargianti.
Aprile parla dello stallo e dell'immobilità pratica della politica italiana, dell'impossibilità di dare fiducia ad una classe dirigente tutta presa nelle sue manovre a circuito chiuso, della mancanza assoluta di qualsiasi punto di riferimento, della disillusione, della caduta degli ideali (il tono da marcia funebre è palpabile nell'anniversario della liberazione: "ho deciso di andare a filmare la manifestazione del venticinque aprile, ma piove sempre e sono riuscito ad inquadrare solamente ombrelli…"). L'operare civile è svuotato di qualsiasi significato: quando Moretti cerca di cavare risposte illuminanti da una delle poche interviste portate a termine, si arrende all'evidenza che non esistono risposte, e non gli rimane che rifugiarsi in una confusa volontà di fuga, una fuga che può essere quella della paternità o quella del suo folle progetto musicale. In Italia, la destra è stretta fra le demagogie (una nazione senza odi di classe), le truffe (la pittoresca questione del conflitto d'interesse, la giustizia), le sovversioni semantiche, le arroganze e gli insulti berlusconiani (stampa e magistrati, quanto poco tempo è passato, ancora una volta) e le baracconate della Lega, con un ancora vispo Umberto Bossi a proclamare l'indipendenza della Padania. Ma Aprile non è un film sulla destra italiana, ma sulla sinistra: e la sinistra sonnecchia, pagando un'assenza non solo politica, ma prima di tutto umana. La cultura condivide il torpore, tutte le voci si confondono una nell'altra (un unico grande giornale, dice Moretti in una delle scene diventate famose), gli schieramenti si sovrappongono senza problemi e lo stesso nodo della contrapposizione ideologica fra destra e sinistra non ha più molto senso, almeno allo stato attuale delle cose. Nella mancanza assoluta di qualsiasi punto di riferimento filosofico, l'intellettuale di sinistra è condannato all'afasia civile: "vorrei non provocare gli spettatori di destra, ma senza nemmeno convincerli, non coccolare gli spettatori di sinistra, ma dire che cosa penso. Ma soprattutto: che cosa penso?"
Tutto questo diventa più indicativo tenendo conto che il ragionamento avviene proprio dopo la prima affermazione della sinistra nella storia della Repubblica Italiana. È un momento che dovrebbe provocare entusiasmo e non quella sia pur sorridente disillusione che si respira ovunque lungo la pellicola, sottolineata dall'entusiasmo genuino che Moretti pare provare per qualsiasi altra cosa. Questo fa traslare la disillusione di Moretti, la sua voglia di fuga e di evasione, da un piano contingente ad uno assoluto: non è una sinistra storicamente delimitata ad essere afasica, ma è l'intero sistema politico ad essere messo in discussione, la stessa possibilità di progresso civile: se al momento della vittoria la stessa sinistra si eclissa, il dubbio è che il bene in politica, almeno in Italia, non possa esistere. Mettendo in dubbio l'entusiasmo della vittoria e non di una vittoria, Moretti sposta il discorso del piano politico a quello filosofico, portando la riflessione sulla disillusione di una necessaria presa di coscienza, sull'impossibilità di qualsiasi ideale: il risveglio dal sogno, il tramontare del sol dell'avvenire. Moretti non ha alcuna intenzione di ridicolizzare la sinistra (la destra per ridicolizzarsi non ha bisogno di lui), non vuole distruggere ideali in cui ha creduto e che in qualche modo lo hanno tradito. Solamente, li ridimensiona: gli ideali civili diventano, almeno in Italia, un qualcosa per cui si fa il tifo, a cui si tributa una passione che ha più dell'affetto che della convinzione. E lo stesso accade con la cultura e con il cinema, che passa da strumento di lotta, di ideologia, di diffusione d'idee a strumento di divertimento e di diffusione capitalistica: Lucchetti, ex assistente di Moretti ed ex regista di cinema impegnato, finisce con le pubblicità dei bucatini, dai grandi temi alle trovate cialtronesche per esaltare il piatto da pubblicizzare.
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