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Il cinema tradisce
per natura le fonti letterarie cui si ispira, spesso ottenendo
esiti superiori ai propri referenti romanzeschi, altre
volte snaturandone per necessità o per convenzione
la struttura. Colazione da Tiffany, tratto dall'omonimo
libro di Truman Capote, costituisce un esempio di "fedele
tradimento" di un'opera letteraria intrigante e vivace,
in cui la voce narrante del protagonista, un aspirante
scrittore, cela la figura dell'autore stesso, che nel
descrivere le vicissitudini della sua vicina di casa Holly
Golightly e la frequentazione della stessa, ci offre un
ritratto della società newyorkese filtrata dalle
stravaganze e dalle aspirazioni della giovane ragazza,
riuscendo a toccare anche momenti drammatici, senza tuttavia
ricadere in facili sentimentalismi o patetismi. Aspetti
questi ultimi che parrebbero non essere esenti nella sceneggiatura
di George Axelrod, che attinge fedelmente al romanzo di
partenza, trasmutando però il rapporto relazionale
tra i due protagonisti ed evidenziandone così le
inevitabili implicazioni sentimentali. Così, se
da una parte il racconto costituisce un affresco umano
e sociale, pungente e divertente, in cui la leggerezza
e l'ironia non vengono mai meno, dall'altra il regista
Blake Edwards, prima dei successi del ciclo de La Pantera
Rosa e di Hollywood Party, si ritrova a maneggiare
una materia con precisi vincoli narrativi, che ne limitano
gli spunti di satira presenti nel romanzo, ma a suo modo
ottiene un risultato che ne ha decretato un evidente successo
commerciale.
Inizialmente Colazione da Tiffany
doveva essere diretto da John Frankenheimer e interpretato
da Marilyn Monroe. Le cose tuttavia andarono diversamente.
A ricoprire il ruolo di protagonista femminile fu chiamata
Audrey Hepburn che, insieme a George Peppard, attore che
conobbe breve fama - se non in età matura come
interprete del telefilm A-Team -, formò
la coppia degli interpreti principali. Per la regia la
scelta ricadde, appunto, su Blake Edwards, cineasta avvezzo
alla materia della commedia, per quanto, in questo preciso
contesto, si intravedano spunti drammatici che evidenziano
un allontanamento da schemi classici e consueti, denotando
un approccio diverso da quello hollywoodiano. Altra partecipazione,
fondamentale nel decretare il successo del film, fu quella
di Henry Mancini come autore delle musiche, il quale vinse
un duplice Oscar, grazie anche alla canzone leitmotiv
del film: "Moon River". Il regista, seppur vincolato
da una sceneggiatura con precisi sviluppi narrativi, riesce
a ricreare con grande abilità l'atmosfera del romanzo,
delineando sin dalle prime inquadrature - in cui la stralunata
Holly fa il suo ingresso in campo in una New York semideserta
- la personalità della sua protagonista, da cui
traspare una malinconia dei gesti e, nella sequenza successiva,
anche una "naturale" leggerezza nel condurre
la propria quotidianità, nonché le relazioni
interpersonali con gli uomini che la circondano. Ed è
qui che entra in scena Paul Varjak (George Peppard): anch'egli,
come Holly, fa la sua prima comparsa in taxi, determinando
fin da subito un elemento connotativo comune ai protagonisti
principali della vicenda, ed evidenziando una similitudine
nei gesti compiuti al loro ingresso all'interno del caseggiato
in cui si ritroveranno a condividere le proprie esistenze.
Edwards ci presenta così due vite che, in apparenza,
parrebbero non avere punti di contatto in una città
straniante come New York, ma che si incrociano immediatamente
e che portano entrambi a legare repentinamente e a confrontare
le proprie vite a metà.
Il dialogo iniziale tra i due ribadisce
le frivolezze caratteriali di Holly, personaggio incantato
e bizzarro, che nel palesare le proprie conoscenze umane
all'ancora poco noto Paul, dimostra come sia solita prendere
con levità tutto quello che la circonda, denotando
un carattere apparentemente ribelle, svincolato da ogni
tipo di legame affettivo serio. Ella si definisce ripetutamente
come un animale selvatico, non facilmente ingabbiabile,
e pertanto portata a rifuggire i suoi sentimenti e l'amore
di Paul, l'unico uomo che, al di là delle difficoltà
da loro affrontate, persiste nell'aiutarla durante i suoi
momenti più bui e drammatici. Aspetto, quello della
selvatichezza di Holly, sottolineato dal disdegnare quelle
consuetudini sociali identificative, quali l'uso appropriato
dei nomi, che da una parte determinano per il suo gatto
la privazione di un'identità nominale, dall'altra
per Paul l'attribuzione di un nome a lui alieno (Fred,
il nome assegnatogli, appartiene al fratello di Holly),
tanto da suggerire una sovrapposizione di personalità
che conduce il rapporto tra i due da un'iniziale amicizia
a una relazione sentimentale tendente ad un transfert
incestuoso, visto il profondo legame che unisce Holly
al fratello Fred, spesso evocato durante il film. Ed è
la stessa protagonista a disvelare una duplice esistenza,
data dalla scoperta del suo precedente matrimonio e del
suo vero nome Lullaby (=ninna nanna), che denota una percezione
della personalità apparentemente dolce e tranquilla,
rispetto alla vivacità esistenziale del suo cognome
Golightly (=andare con leggerezza) di cui si fa portatrice.
E decisamente bizzarro, come ogni aspetto della vita della
protagonista, è il matrimonio mai veramente contratto
con l'anziano Doc (Buddy Ebsen), scambiato dallo stesso
Paul per il padre della giovane. Rapporto dalle evidenze
paraincestuose che denota una certa promiscuità
sessuale di Holly, per quanto stemperate e fugate dalle
argomentazioni addotte dalla nostra eroina, che ne accentuano
le fragilità umane e psicologiche.
Anche Paul, suo malgrado, presenta
un'esistenza non priva di qualche "imbarazzo sentimentale",
che si palesa fin dall'arrivo improvviso in taxi della
sua amante, nonché sua sostenitrice economica.
Il taxi diviene così lo strumento profilmico con
cui Edwards introduce i personaggi principali di una vicenda
in cui si delineano progressivamente i protagonisti di
un triangolo sentimentale destinato ad implodere. Paul
parrebbe porsi come individuo al di sopra delle parti,
con la sua aria linda ed educata, capace di percepire
aspetti e situazioni che paiono sfuggire alla comprensione
di Holly (si veda in merito il rapporto di favore da lei
svolto per il detenuto Sally Tomato), un perfetto vicino
di casa la cui apparente integrità morale viene
messa in crisi dallo scambio di battute con la sua sedicente
"arredatrice". Egli è uno scrittore promettente
ma in crisi, che dopo il discreto successo del primo libro
di racconti "Nine Lives", pare aver perso la
vena creativa, trincerandosi dietro la prospettiva di
un romanzo che mai finirà, come si evince dalla
macchina da scrivere inutilizzata. È un uomo vincolato
da una relazione di sudditanza economica, in cui non è
difficile ritenere che siano più le sue doti di
amatore, piuttosto che d'autore letterario, ad interessare
la sua amata, tanto da non essere stimolato adeguatamente
nella sua ispirazione narrativa, rimasta confinata al
primo e unico libro, che si manifesta quale oggetto di
regalo per una delle feste di Holly, ma relegato infine
a mero suppellettile d'arredamento all'interno di un contesto
festaiolo - che sembra presagire gli esiti del futuro
Hollywood Party -, nel quale lo sguardo del regista
e del protagonista maschile diventano la lente d'ingrandimento
delle stravaganze di un jet set bislacco, in cui si aggirano
presunti riccastri quali potenziali prede della frivola
Holly, decisa a sposare un milionario per sistemare se
stessa e l'amato fratello.
È in queste sequenze che Edwards
riesce a graffiare con la sua ironia, supportato dall'interpretazione
della Hepburn, perfetta nel rappresentare una dolce svampita,
che con la sua innocenza conduce lo spettatore attraverso
le ipocrisie e le meschinità di una società
in cui gli uomini sono facili prede, seppur essi stessi
destinati, a loro volta, a sfruttare la povera Holly,
incapace di trovare una propria dimensione in un mondo
così etereo, fino alle implicazioni sentimentali
con Paul, da cui rifugge per paura ed immaturità,
rinnegando quella felicità a lei così vicina,
ma pervicacemente schivata. L'aspetto sentimentale tende
così a sminuire le potenzialità di un racconto
- in cui è avvertibile l'ironia sagace di Capote
-, piegandolo alle esigenze della commedia brillante,
con le inevitabili conseguenze che possono derivare dall'appartenere
ad un siffatto genere cinematografico. Ma è forse
più per questa deviazione "sentimentale"
che Colazione da Tiffany ha goduto di fama imperitura
nel tempo, grazie anche alla presenza di due protagonisti
esteticamente funzionali e adeguati, con particolare riferimento
a Audrey Hepburn, nel cui personaggio non è difficile
ritrovare una trasposizione per immagini delle reali vicissitudini
sentimentali dell'attrice. Un ruolo che, dopo quello di
Vacanze Romane, ne ha confermato l'iconografia
di principessa dagli occhi tristi, nel contesto di un
cinema che forse sapeva ancora far sognare gli spettatori. |