Blake Edwards
Colazione da Tiffany
di Marco Capriata
Il cinema tradisce per natura le fonti letterarie cui si ispira, spesso ottenendo esiti superiori ai propri referenti romanzeschi, altre volte snaturandone per necessità o per convenzione la struttura. Colazione da Tiffany, tratto dall'omonimo libro di Truman Capote, costituisce un esempio di "fedele tradimento" di un'opera letteraria intrigante e vivace, in cui la voce narrante del protagonista, un aspirante scrittore, cela la figura dell'autore stesso, che nel descrivere le vicissitudini della sua vicina di casa Holly Golightly e la frequentazione della stessa, ci offre un ritratto della società newyorkese filtrata dalle stravaganze e dalle aspirazioni della giovane ragazza, riuscendo a toccare anche momenti drammatici, senza tuttavia ricadere in facili sentimentalismi o patetismi. Aspetti questi ultimi che parrebbero non essere esenti nella sceneggiatura di George Axelrod, che attinge fedelmente al romanzo di partenza, trasmutando però il rapporto relazionale tra i due protagonisti ed evidenziandone così le inevitabili implicazioni sentimentali. Così, se da una parte il racconto costituisce un affresco umano e sociale, pungente e divertente, in cui la leggerezza e l'ironia non vengono mai meno, dall'altra il regista Blake Edwards, prima dei successi del ciclo de La Pantera Rosa e di Hollywood Party, si ritrova a maneggiare una materia con precisi vincoli narrativi, che ne limitano gli spunti di satira presenti nel romanzo, ma a suo modo ottiene un risultato che ne ha decretato un evidente successo commerciale.
Inizialmente Colazione da Tiffany doveva essere diretto da John Frankenheimer e interpretato da Marilyn Monroe. Le cose tuttavia andarono diversamente. A ricoprire il ruolo di protagonista femminile fu chiamata Audrey Hepburn che, insieme a George Peppard, attore che conobbe breve fama - se non in età matura come interprete del telefilm A-Team -, formò la coppia degli interpreti principali. Per la regia la scelta ricadde, appunto, su Blake Edwards, cineasta avvezzo alla materia della commedia, per quanto, in questo preciso contesto, si intravedano spunti drammatici che evidenziano un allontanamento da schemi classici e consueti, denotando un approccio diverso da quello hollywoodiano. Altra partecipazione, fondamentale nel decretare il successo del film, fu quella di Henry Mancini come autore delle musiche, il quale vinse un duplice Oscar, grazie anche alla canzone leitmotiv del film: "Moon River". Il regista, seppur vincolato da una sceneggiatura con precisi sviluppi narrativi, riesce a ricreare con grande abilità l'atmosfera del romanzo, delineando sin dalle prime inquadrature - in cui la stralunata Holly fa il suo ingresso in campo in una New York semideserta - la personalità della sua protagonista, da cui traspare una malinconia dei gesti e, nella sequenza successiva, anche una "naturale" leggerezza nel condurre la propria quotidianità, nonché le relazioni interpersonali con gli uomini che la circondano. Ed è qui che entra in scena Paul Varjak (George Peppard): anch'egli, come Holly, fa la sua prima comparsa in taxi, determinando fin da subito un elemento connotativo comune ai protagonisti principali della vicenda, ed evidenziando una similitudine nei gesti compiuti al loro ingresso all'interno del caseggiato in cui si ritroveranno a condividere le proprie esistenze. Edwards ci presenta così due vite che, in apparenza, parrebbero non avere punti di contatto in una città straniante come New York, ma che si incrociano immediatamente e che portano entrambi a legare repentinamente e a confrontare le proprie vite a metà.
Il dialogo iniziale tra i due ribadisce le frivolezze caratteriali di Holly, personaggio incantato e bizzarro, che nel palesare le proprie conoscenze umane all'ancora poco noto Paul, dimostra come sia solita prendere con levità tutto quello che la circonda, denotando un carattere apparentemente ribelle, svincolato da ogni tipo di legame affettivo serio. Ella si definisce ripetutamente come un animale selvatico, non facilmente ingabbiabile, e pertanto portata a rifuggire i suoi sentimenti e l'amore di Paul, l'unico uomo che, al di là delle difficoltà da loro affrontate, persiste nell'aiutarla durante i suoi momenti più bui e drammatici. Aspetto, quello della selvatichezza di Holly, sottolineato dal disdegnare quelle consuetudini sociali identificative, quali l'uso appropriato dei nomi, che da una parte determinano per il suo gatto la privazione di un'identità nominale, dall'altra per Paul l'attribuzione di un nome a lui alieno (Fred, il nome assegnatogli, appartiene al fratello di Holly), tanto da suggerire una sovrapposizione di personalità che conduce il rapporto tra i due da un'iniziale amicizia a una relazione sentimentale tendente ad un transfert incestuoso, visto il profondo legame che unisce Holly al fratello Fred, spesso evocato durante il film. Ed è la stessa protagonista a disvelare una duplice esistenza, data dalla scoperta del suo precedente matrimonio e del suo vero nome Lullaby (=ninna nanna), che denota una percezione della personalità apparentemente dolce e tranquilla, rispetto alla vivacità esistenziale del suo cognome Golightly (=andare con leggerezza) di cui si fa portatrice. E decisamente bizzarro, come ogni aspetto della vita della protagonista, è il matrimonio mai veramente contratto con l'anziano Doc (Buddy Ebsen), scambiato dallo stesso Paul per il padre della giovane. Rapporto dalle evidenze paraincestuose che denota una certa promiscuità sessuale di Holly, per quanto stemperate e fugate dalle argomentazioni addotte dalla nostra eroina, che ne accentuano le fragilità umane e psicologiche.
Anche Paul, suo malgrado, presenta un'esistenza non priva di qualche "imbarazzo sentimentale", che si palesa fin dall'arrivo improvviso in taxi della sua amante, nonché sua sostenitrice economica. Il taxi diviene così lo strumento profilmico con cui Edwards introduce i personaggi principali di una vicenda in cui si delineano progressivamente i protagonisti di un triangolo sentimentale destinato ad implodere. Paul parrebbe porsi come individuo al di sopra delle parti, con la sua aria linda ed educata, capace di percepire aspetti e situazioni che paiono sfuggire alla comprensione di Holly (si veda in merito il rapporto di favore da lei svolto per il detenuto Sally Tomato), un perfetto vicino di casa la cui apparente integrità morale viene messa in crisi dallo scambio di battute con la sua sedicente "arredatrice". Egli è uno scrittore promettente ma in crisi, che dopo il discreto successo del primo libro di racconti "Nine Lives", pare aver perso la vena creativa, trincerandosi dietro la prospettiva di un romanzo che mai finirà, come si evince dalla macchina da scrivere inutilizzata. È un uomo vincolato da una relazione di sudditanza economica, in cui non è difficile ritenere che siano più le sue doti di amatore, piuttosto che d'autore letterario, ad interessare la sua amata, tanto da non essere stimolato adeguatamente nella sua ispirazione narrativa, rimasta confinata al primo e unico libro, che si manifesta quale oggetto di regalo per una delle feste di Holly, ma relegato infine a mero suppellettile d'arredamento all'interno di un contesto festaiolo - che sembra presagire gli esiti del futuro Hollywood Party -, nel quale lo sguardo del regista e del protagonista maschile diventano la lente d'ingrandimento delle stravaganze di un jet set bislacco, in cui si aggirano presunti riccastri quali potenziali prede della frivola Holly, decisa a sposare un milionario per sistemare se stessa e l'amato fratello.
È in queste sequenze che Edwards riesce a graffiare con la sua ironia, supportato dall'interpretazione della Hepburn, perfetta nel rappresentare una dolce svampita, che con la sua innocenza conduce lo spettatore attraverso le ipocrisie e le meschinità di una società in cui gli uomini sono facili prede, seppur essi stessi destinati, a loro volta, a sfruttare la povera Holly, incapace di trovare una propria dimensione in un mondo così etereo, fino alle implicazioni sentimentali con Paul, da cui rifugge per paura ed immaturità, rinnegando quella felicità a lei così vicina, ma pervicacemente schivata. L'aspetto sentimentale tende così a sminuire le potenzialità di un racconto - in cui è avvertibile l'ironia sagace di Capote -, piegandolo alle esigenze della commedia brillante, con le inevitabili conseguenze che possono derivare dall'appartenere ad un siffatto genere cinematografico. Ma è forse più per questa deviazione "sentimentale" che Colazione da Tiffany ha goduto di fama imperitura nel tempo, grazie anche alla presenza di due protagonisti esteticamente funzionali e adeguati, con particolare riferimento a Audrey Hepburn, nel cui personaggio non è difficile ritrovare una trasposizione per immagini delle reali vicissitudini sentimentali dell'attrice. Un ruolo che, dopo quello di Vacanze Romane, ne ha confermato l'iconografia di principessa dagli occhi tristi, nel contesto di un cinema che forse sapeva ancora far sognare gli spettatori.
COLAZIONE DA TIFFANY
(USA, 1961)
Regia
Blake Edwards
Sceneggiatura
George Axelrod
Montaggio
Howard A. Smith
Fotografia
Franz Planer
Musica
Henry Mancini
Durata
115 min