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Maria Jesus si basa su una formula quasi matematica, composta da tre fattori principali: l'approccio documentaristico, la volontà di raccontare, il formato corto.
Il film, girato in 35mm, parla dell'arrivo in Italia della peruviana Maria Jesus, che dopo aver pagato una donna per raggiungere Torino, con la promessa di una casa e di un lavoro, viene "abbandonata" in un McDonald's della città.
La storia parte da un fatto reale, cioè dalla vera esistenza della protagonista che oggi fa la badante, ancora in attesa di un regolare permesso di soggiorno, e viene rappresentata attraverso pochi elementi essenziali (montati in modo alternato) in grado di raccontare la vicenda: il primo incontro con i trafficanti e la consegna dei soldi, la preparazione al viaggio, il secondo incontro nel McDonald's, la flânerie in taxi.
Ma torniamo alle tre regole: l'approccio documentaristico lega tutto il film grazie ad uno sguardo "lungo" e curioso concentrato sul volto di Maria Jesus (sul taxi, allo specchio, al tavolino del bar). Non solo la luce naturale e l'uso del long take richiamano il documentario, ma anche il sonoro che ci parla del mondo reale, dell'universo che sta intorno a Maria: pensiamo alla voce fredda del radiotaxi, ai rumori nel bar, con l'unica eccezione drammatica del silenzioso vuoto nel finale. I suoni, attraverso un uso sapiente e intelligente del livello off, non solo ci avvicinano al mondo della protagonista, ma ci indicano l'estraneità del personaggio al mondo che le sta intorno e l'estraneità del contesto rispetto il suo dramma privato.
La volontà di raccontare è determinata inoltre dalla scelta precisa (quasi truffautiana) di individuare elementi fissi e fortemente rappresentativi della storia di Maria Jesus e presentarli attraverso il puro suono e la pura immagine. La semplicità è qui una linea forte che è determinata dal terzo "fattore" a cui i De Serio hanno voluto affidarsi: il formato corto.
Sarebbe stata una scelta facile quella di documentare la vita di Maria Jesus attraverso una lunga intervista, un'indagine nella quotidianità di luoghi e situazioni: è premiante invece il tentativo di raccontare in soli 12 minuti l'avventura di Maria, trasfigurandola in finzione, senza voler spiegare, semplicemente mostrando. La lunga inquadratura finale (3'16") sul volto credibile, commosso e commovente di Maria, che comprende insieme allo spettatore di essere stata abbandonata, è il momento più bello e coraggioso del film: meritato Kodak Short Film Award al Torino Film Festival 2003 e menzione speciale all'VIII Festival Internazionale del Cortometraggio di Siena.
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