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Chiunque abbia lavorato su un set cinematografico, anche il più povero, può facilmente accorgersi di come la composizione dell’opera e la visione del regista siano possibili solo attraverso il lavoro di numerosi collaboratori, la cui importanza non è assolutamente da mettere in secondo piano. Anzi, spesso sono proprio le trovate di un operatore, di un assistente alla regia, di uno sceneggiatore e, perché no, di un attrezzista, ad aggiungere al film un particolare indimenticabile, quell’elemento in più che lo rende perfetto, impeccabile.
Ebbene, Carlo Leva, scenografo di ben centoquarantacinque lungometraggi e di svariate trasmissioni televisive, appartiene a quella lunga lista di grandi inventori che realmente hanno fatto il cinema.
Nato nel 1930 a Bergamasco, un piccolo paese in provincia di Alessandria, Leva ha attraversato la cinematografia italiana collaborando con i registi più importanti. Se il suo connubio più fecondo è stato con Sergio Leone, col quale - dopo essersi conosciuti sul set di Sodoma e Gomorra (1962) di Robert Aldrich - realizzò anche Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966), C’era una volta il west (1968) e Giù la testa (1971), di certo non si possono dimenticare autori come Fellini, Malle, Argento, Salce, Lattuada, Reed, Chabrol, solo per citarne alcuni. La sua carriera è intrisa di una magia che deriva proprio dalla collaborazione con autori di così alto livello, da un lavoro ispirato volto alla creazione di pellicole tanto affascinanti; una magia che traspare dalle bellissime sequenze del documentario.
Il personaggio Carlo Leva, osservato durante un incontro nel suo castello di Bergamasco con i ragazzi del DAMS, seguito “sulle mura della città di Canelli [provincia di Asti] durante l'assedio delle truppe dei Gonzaga nel 1600” e indagato sul “palcoscenico” della sua vita, diventa un dispensatore di curiosità e storie inerenti alla settima arte, attingendo da un serbatoio pressoché illimitato di fotografie, bozzetti, ritagli, sceneggiature e tanti aneddoti. La sua arte prende il sopravvento nella realizzazione filmica divenendo struttura essenziale, tassello fondamentale della composizione del quadro.
Ma Carlo Leva scenografo – appunti per un documentario non si distingue solo per l’originalità del suo soggetto. Il documentario di Lucia Roggero abbandona il linguaggio caro a questo tipo di produzioni per abbracciarne uno più dinamico e accattivante.
Fondendo insieme le immagini in betacam (fluide a causa dall’utilizzo insistito della steadycam) con quelle digitali (a mano) del backstage, la regista crea un patchwork visivo dal grande ritmo che rende sicuramente più agile lo svolgimento narrativo. Sembra quasi che non ci sia la volontà esplicita di intervistare lo scenografo, ma piuttosto quella di lasciare libero sfogo alle sue parole, di accogliere pertanto le sue memorie, di omaggiare in questo modo un grande artigiano della cinematografia nostrana. Il risultato finale è emozionante e di grande impatto. Non è infatti casuale la selezione al Festival du Film d’Amiens nella sezione Fuori Concorso “European Western”.
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